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Intervista a Karim Franceschi, l’italiano che ha combattuto l’Isis a Kobane

E’ Ottobre, è il campo profughi di Suruc, a due chilometri di distanza c’è Kobane. Due chilometri dividono due città e due nazioni, la Siria e la Turchia. In quello spazio la terra di nessuno è sorvegliata dalle truppe di Ankara. A Ottobre un ragazzo di Senigallia, Marche, decide di partire, di andare a dare una mano, di vedere con i propri occhi le atrocità della guerra. Karim Franceschi è nato nel 1989, sua madre è marocchina, suo padre italiano. Così ha inizio il suo racconto. “Era notte e dall’altra parte del filo spinato che divideva il confine sentivamo gli squarci delle esplosioni. Un inferno“. Questa è una storia di guerra. Una storia di uomini che imbracciano un fucile e mirano verso altri uomini. Così, ad inizio Gennaio 2015, Karim ha attraversato il confine per arruolarsi nelle milizie curde che difendevano la città.

Come sono passato da essere un volontario umanitario ad usare un Kalashnikov? Vedevo negli occhi dei combettenti curdi e nelle loro parole un’empatia particolare – breve pausa e Karim continua – Sentivo il bisogno ed il dovere di dare il mio contributo a quella causa. Forse c’entra anche il passato e la storia di mio padre, combattente partigiano contro i nazisti“. Nel libro che Karim ha scritto dopo questa esperienza, “Il Combattente”, la figura del genitore è una base, un punto di partenza per le scelte future. “Ricordo la mia prima esperienza con la morte. Fu ripugnante. Non avevo mai visto un cadevere ucciso. Scivolai e mi trovai faccia faccia con il corpo di un miliziano dell’Isis, un foraign fighters. L’odore, il tatto, tutto fu nausente. E immediatamente pensai che avrei potuto fare quella fine“.

Karim ha avuto paura, come non ne puoi avere? Ci sono stati momenti in cui “Il combattente” stava per girarsi e mandare tutto a quel paese. Ma più che la fame, le sofferenze, il freddo … “Il momento più critico è stato quando ho perso un amico, un compagno, ma prima di tutto un fratello con cui ho condiviso la mia esperienza. Era passato appena un mese“.  A Gennaio le telecamere di mezzo mondo si sono soffermate su quella città dimenticata da Dio dal nome Kobane ed hanno assistito alla riconquista di una collina, di un simbolo. E mentre i media banalizzavano sul valore, i soldati sputavano sangue per ottenere una vittoria che andava al di là di una collina valeva un’idea, “Prendere quella collina è stato qualcosa di magico. In realtà non abbiamo mai avuto l’impressione di non farcela. Anche se peggio armati e indifesi contro i carriarmati, su questo abbiamo avuto una grossa mano da parte dei Raid americani, eravamo certi di riuscire a prendere Mishtenur“.

Alla fine del secondo mese di permanenza sul fronte a Karim viene proposto il ruolo di Sniper, “volevo andarmene. Era uno di quei momenti in cui pensi di aver concluso. Ma poi mi è stato chiesto di diventare un cecchino. Nelle milizie curde questo ruolo ha una valenza di elite. Sono infatti gli sniper ad essere mandati per primi nelle zone calde. Assumere questo ruolo voleva dire accettare un’enorme responsabilità verso i compagni. Così ho scelto di restare“. Ma lo sniper è un lavoro infame, uccidi a distanza, hai un obiettivo ed una persona dall’altra parte del mirino, freddezza, “no, ogni volta che vedevo uno Jihadista, non pensavo ad un essere un umano, ma un criminale. Tutte le volte che osservavo un miliziano dell’Isis avevo in mente i miei compagni, soprattutto quelli più giovani“. Nel’Ypg c’erano anche diverse donne “non era una semplice mossa di propaganda, combattevano in prima linea, ed erano anche i migliori cecchini. I Jihadisti avevano paura di loro“. A Kobane oggi non si combatte più, o per lo meno nella città, il fronte si è spostato più a Sud.

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