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Intervista a Paolo Attivissimo, Il Disinformatico divulgatore scientifico e ‘cacciatore di bufale’ del web

Anche se mi sembra strano, c’è gente che è interessata a me, a cosa faccio, come vivo, che programmi uso, che musica ascolto e via dicendo. Almeno così pare dalla quantità di e-mail in tal senso che ricevo per colpa dei miei libri e delle mie varie attività su Internet. Commenta così, Paolo Attivissimo, le numerose richieste di contatto che arrivano ogni giorno sul suo blog ufficiale, disinformatico.info. In realtà sappiamo bene che si sbaglia. Sì, perché il suo lavoro di traduttore, divulgatore scientifico, cacciatore di bufale nonché di scrittore best-seller è conosciuto e apprezzato già da tempo sia in Italia che all’estero. Famosissimo debunker, Paolo Attivissimo, annovera oltre nove milioni di visitatori sul sito Antibufala.info e prestigiosi riconoscimenti tra cui il Premio Italia 2016 come traduttore e il Premio Macchianera come Miglior Blog Tecnico-divulgativo in lingua italiana. Parlando con lui abbiamo spaziato un po’ su diversi argomenti e scoperto cosa si nasconde dietro una personalità così eclettica:

Com’é nata la sua vocazione di divulgatore scientifico e il servizio anti-bufala?

La passione per la divulgazione scientifica è nata perché sin da bambino leggevo articoli di scienza e di fantascienza e, visto che mi affascinava moltissimo questo mondo delle scoperte, delle novità, delle possibilità che venivano aperte dalla scienza, più in là mi è capitata la possibilità di poter ridare quello che mi era stato raccontato, ovvero di raccontare a mia volta quello che leggevo su queste riviste che magari non erano disponibili al grande pubblico perché scritte in un’altra lingua. Così ho cominciato a scrivere e a raccontare quello che ho scoperto e…da cosa è nata cosa. Invece per quanto riguarda la caccia alle bufale, quella è nata come costola involontaria della divulgazione. In pratica, nel leggere tante informazioni, vedevo che, molto spesso, insieme alle notizie, c’erano anche delle cattive informazioni, dei miti molto diffusi, soprattutto quando internet era agli esordi e, quindi molta gente non era consapevole di come funzionava e dei suoi meccanismi. Ho incominciato allora a raccontare non solo le cose interessanti della scienza ma anche le notizie fasulle da non mandare in giro, da non diffondere. Segnalavo l’esistenza di questa prima ondata di fandonie in rete e cercavo di mettere in guardia chi aveva voglia di leggerle. Anche questo è nato un po’ per caso, non c’è stato un piano editoriale vero e proprio, semplicemente ho cominciato a raccontare, la cosa è piaciuta e sempre più gente è venuta a sentire quello che avevo da dire.

In questi ultimi giorni si è parlato tanto della tragica vicenda di Tiziana Cantone, quanto secondo lei ha inciso la gogna mediatica sulla ragazza?

La situazione in cui si trovava era terribilmente stressante. Se poi ci si aggiunge il fatto che ci si ritrova continuamente etichettati, giudicati da persone che non hanno nessun titolo per farlo e il proprio volto esce in prima pagina sui giornali e sui blog, in questo caso che ha inciso direi moltissimo. Molto spesso nel parlare di storie come quella di Tiziana Cantone parte una vera e propria caccia alla persona – bisogna trovare dov’è, dove abita, cosa fa, qual è il suo numero di telefono – se qualcuno si mette in mente poi di raccogliere informazioni può diventare un vero e proprio stalking, immagino una persona che si trova con il proprio nome spiattellato sui giornali per una cosa che magari non è nemmeno reale, non riesce più a trovare lavoro. I datori di lavoro vanno subito su Google a scrivere nome e cognome della persona per vedere cosa salta fuori e quindi sì, ha influito;poi è ovvio che non possiamo entrare nella testa delle persone, però mi sembra veramente plausibile dire che questa persecuzione fatta attraverso internet e i giornali è stata un fattore importante nella sua storia.

Non era forse meglio evitare tutto questo circo mediatico così da scongiurare il rischio di emulazioni?

Beh, evitare di parlarne del tutto direi di no, perché in realtà è una storia che andrebbe raccontata per mettere in guardia.
– Anche sui social? – Dipende come se ne parla, se si fa nome e cognome delle persone coinvolte si viene meno a quella promessa di garantire la riservatezza e di tutelare la persona che fa parte degli impegni di ogni giornalista. Io quando ho ricevuto la tessera di giornalista ho dovuto firmare un impegno di deontologia che ha delle regole ben precise, qui sembra che ce ne siamo un po’ dimenticati. Si poteva parlare benissimo di questa storia, come io faccio anche nelle scuole, per esempio dicendo che una donna di 31 anni della provincia di Napoli ha avuto questa terribile avventura perché si è fidata di una persona, perché ha fatto un video che poi è stato usato senza il suo consenso; ricordiamoci che una volta che un video è stato fatto, una volta che è stato messo su internet, è impossibile farlo sparire per sempre. Ecco, non c’è bisogno di raccontare chi è, dove abita, quanti anni ha, nome, cognome e codice fiscale. Questo è l’errore fondamentale che secondo me è stato fatto in tutta questa vicenda. Si poteva benissimo parlarne come questione di costume, come questione per mettere in guardia soprattutto i giovani che si prestano molto a questo tipo di video molto personali, senza però rovinare la vita a una persona.

Sul suo blog si contano tanti commenti, condivisioni e like, quanto secondo lei i social hanno inciso e stanno incidendo sulla vita delle persone comuni come Tiziana?

Hanno un’influenza enorme – In maniera negativa? – No, non direi negativa, negativa significa incasellare tutto quello che succede sui social da una parte o dall’altra, in realtà i social sono semplicemente lo specchio dell’umanità. Così come ci sono le persone stupide, bigotte e ottuse che non si fanno nessun problema a insultare una persona, e lo fanno sui social magari più sfacciatamente perché non hanno la persona davanti, così ci sono sui social attività assolutamente positive, che hanno una buona parola per tutti, e quindi non è che il social in sé sia il male; è il modo in cui viene usato dagli esseri umani. Qui sembra si stia cercando, almeno dai commenti visti in giro, di dare la colpa a internet. NO, internet non ha una vita propria: è fatto dagli esseri umani, siamo noi che decidiamo cosa mettere dentro un contenitore come un social network. Se decido di mettere un video di torture o di umiliare una persona, non è l’algoritmo, non è il software che lo ha deciso, lo ha deciso una persona. Bisogna stare un po’ più attenti nella scelta delle amicizie virtuali, nelle frequentazioni e nel tipo di social network da usare. Ci sono posti dove effettivamente è impossibile fare una conversazione e quindi non vale neanche la pena andarci. Ad esempio io ho smesso di andare su Facebook perché non si riesce a fare realmente nulla di costruttivo per come è strutturato. Invece mi trovo molto bene con Twitter perché la conversazione, essendo costretta a 140 caratteri, ha un limite oltre il quale non si può andare né nel dettaglio né nella polemica – con due o tre messaggi dici: “OK, rimani della tua idea. Punto”. C’è meno rumore di fondo e ci sono molte più notizie utili e interessanti. Io i social network li vedo un po’ come se fossero il menù del ristorante: non sono obbligato a entrare e mangiarmi tutto quello che c’è nel menu. Scelgo il piatto che mi è più congeniale. Sono vegetariano? Mi prendo quello. Sono carnivoro? Prendo quell’altro. Voglio solo il dolce? Prendo solo il dessert.

Una domanda che non c’entra nulla con il caso di cronaca ma che riprende il suo lavoro di debunking, perché la gente è così portata a credere alle bufale online (e agli Illuminati)?

Mah, non lo so, forse bisognerebbe chiedere a uno psicologo. In base alla mia esperienza, penso che siamo tutti attratti dalle grandi storie, e la maggior parte delle tesi di complotto in realtà racconta una storia. Sono storie interessanti, intriganti, queste grandi narrazioni dove nulla accade per caso – c’è come un ordine nel cosmo, e questo credo sia un altro dei fattori che piace – perché invece di dire che nel mondo le cose succedono a caso e siamo esposti a qualunque ghiribizzo del destino, si dice che é in realtà c’è un disegno precedente, che è un po’ il tema che c’è in molte religioni. Quindi in un certo senso il cospirazionismo diventa una sorta di religione moderna, e quando c’è di mezzo questo atteggiamento, non c’è nemmeno una discussione da fare. Non si può ragionare su questi temi. Credo che la seduzione di queste tesi stia proprio in questi ingredienti fondamentali. Se non ci rendiamo conto che in realtà queste storie vengono credute non perché sono obbiettivamente vere ma perché sono intriganti e piacciono, allora non possiamo fare debunking. Bisogna lavorare sulle emozioni e non solo sui fatti, perché non posso rispondere a un’emozione presentando una serie di dati statistici, devo anche andare a scavare dentro quell’emozione – ci si prova tutti insieme, siamo abbastanza numerosi in giro per il mondo e cerchiamo di proporre dei fatti – poi ognuno ci farà i propri ragionamenti,

Qual é il soggetto o l’argomento di bufale più sentito dalle persone?

Bella domanda; non saprei quantificare. Sicuramente ci sono dei temi che non tramontano mai, come la salute, nel senso più ampio – ci avvelenano con i vaccini, con i telefonini, con i coloranti cancerogeni, con qualunque cosa – la salute è sempre una delle preoccupazioni principali. E poi credo che ci sia il fascino del grande complotto: dare la colpa di quello che succede a qualcun altro. Non sono io che lavoro male, il mio collega è stato promosso perché fa parte della massoneria, perché non ha il mio stesso colore di pelle o per qualunque altra ragione – alla fine si trova sempre una scusa quando qualcuno non si assume le proprie responsabilità.

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