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Irpinia: liquami tossici sversati nella Valle del Sabato e sulla splendida terra del Greco di Tufo

Da un lato la notizia dell’assoluzione con formula piena di tutti i 28 imputati nel processo sulle presunte irregolarità nella gestione del ciclo dei rifiuti in Campania, tra i quali l’ex sindaco di Napoli ed ex presidente della Regione Campania, Antonio Bassolino. Dall’altro l’audizione “desecretata” del pentito casalese, Carmine Schiavone.

Al centro l’annosa emergenza rifiuti in Campania che per anni ha flagellato il territorio e contribuito alla creazione di quel “popolo di merda” (definizione tanto cara a Mario Adinolfi) nell’immaginario collettivo nazionale, e l’ultimo scoop, che puzza tanto di vecchio quanto di polverone mediatico, quello della Terra dei Fuochi che, chi sa per quale motivo, anche se a parlarne è stato addirittura Saviano nel suo celebre Gomorra, solo oggi ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica e la sensibilità dello showbiz.

Di questo se n’è parlato già un’infinità. Napoli e Caserta, poi, rubano la scena a tutto il resto del territorio campano quando si tratta di immondizia. Ma in Campania c’è – o forse c’era – quella che una volta era definita (prima forse a ragione, ma sempre più a torto nel tempo) la verde Irpinia: l’isola felice. Quella dove la criminalità non c’era. E quella dove ancora si credeva si fosse restati incontaminati da tutta la vicenda venuta a galla nel capitolo ‘Terra dei fuochi’. Almeno fino ad oggi, quando è arrivata la notizia: c’è un’inchiesta giudiziaria avviata da tempo dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere che riguarda anche l’Irpinia, la valle del Sabato. Secondo quanto comunicato in questi territori (famosi per la produzione del Greco di Tufo doc.g) sarebbero stati sversati liquami tossici in terreni privati prima di impiantare vitigni autoctoni dietro lauti finanziamenti della Comunità Europea. Alla regia un clan della valle Caudina che ha esteso i suoi tentacoli sul territorio tra Sannio ed Irpinia.

Irpinia Liquami Valle del Sabato

 

Un fulmine a ciel sereno. Quasi. Ma non proprio, per chi segue da tempo lo stato di salute della valle del Sabato. Di sicuro non si sospettava di un’azione così infima come le tante denunciate da Schiavone nella terra dei fuochi. Ma questa valle del Sabato è la stessa che ospita tuttora lo Stir (ex Cdr) a Pianodardine e le migliaia di ecoballe (non troppo eco) accatastate sulla riva del fiume. E’ la stessa dell’ex Isochimica e degli operai malati per esposizione all’amianto, che attende ancora la completa bonifica. E’ quella dell’inchiesta della Procura di Avellino sulla depurazione e sullo scarico nel fiume Sabato (e del Calore), che aveva portato all’emissione di 29 avvisi di garanzia a sindaci, responsabili Utc e gestori degli stessi impianti, finiti sotto sequestro nel dicembre scorso.

E proprio quella dell’incendio dell’Irm di Manocalzati (un sito di stoccaggio rifiuti) che è andato alle fiamme nel gennaio 2005, al quale è seguito uno studio dell’Asl Av2 commissionato dalla Provincia, risalente al settembre 2007, che rivelava che nel triennio 2003-2005 è stato registrato “un eccesso di decessi rispetto agli attesi dovuti a tumori e neoplasie nei distretti di Avellino, Atripalda ed Altavilla Irpina”. Una prima fase di studi, stando a quanto fu annunciato nel dossier, al quale dovevano succedere altre fasi che riuscissero ad individuare la causa di “un campanello d’allarme che lampeggia sempre più veloce – a detta dell’allora assessore provinciale all’ambiente”.

L’Irpinia è ancora in attesa delle fasi successive, mentre sindaci e varie associazioni presenti sul territorio continuano a invocare uno studio più concreto su una mortalità dovuta a tumori e neoplasie. Da ultimo, domenica scorsa un convegno nel quale l’associazione ‘Ambiente e Salute’, che da anni si sforza di creare iniziative per la tutela del territorio, ha spiegato come “l’ultimo dossier di Legambiente ha classificato Pianodardine tra gli insediamenti industriali ‘a rischio d’incidente’, data l’enorme vicinanza tra centro urbano ed un nucleo industriale con insediamenti di rilevante impatto ambientale”.

Ecco. E’ la stessa. Anche se Pianodardine, Avellino, Tufo, Manocalzati, Chianche, Altavilla, sembrano estremamente lontani per i tanti che in questi anni hanno avuto la vista offuscata da una fitta nebbia (chi sa di quale provenienza). Figuriamoci poi quanto è lontano l’hinterland partenopeo e casertano. Un altro mondo. Una lontananza che ha giustificato il disinteresse e l’indifferenza quando i pochi abitanti di Chianche hanno chiesto aiuto per manifestare contro il sito di stoccaggio previsto nella loro area industriale (scongiurato solo grazie all’impegno dell’allora amministrazione provinciale volto a tutela delle colture di qualità del Greco).

Oppure quando gli operai dell’Isochimica hanno sfilato in corteo per rivendicare i loro diritti di malati. O quando gli abitanti di Arcella sono scesi in strada contro il puzzo maleodorante dello stoccaggio delle ecoballe. Oppure, ancora, quando gli operai della Fma, per tutti Fiat di Pratola Serra, oggi Fga, hanno manifestato per tutelare i loro diritti di lavoratori e si sono ritrovati addirittura in numero inferiore rispetto alle forze dell’ordine. Come se quell’insediamento non avesse stravolto lo stato di una zona tra le più fertili. Come se quei licenziamenti non fossero state risorse in meno per quel territorio. Come se l’affitto pagato da quegli operai o la loro spesa quotidiana negli alimentari e nei negozi non fossero stati soldi in meno per tutti.

Per anni, per decenni, chi si è attivato per tutelare lo stato di salute del territorio della valle del Sabato si è ritrovato da solo a sbattere contro un muro di gomma nella disperata ricerca di un’identità collettiva che non ha mai fatto breccia nell’animo di alcuno se non di pochi. Costretto a combattere contro la logica che vuole le teste voltate per non vedere e sperare che non accada a se stessi. Fino a che oggi ci si risveglia con la notizia che l’oro della valle, la produzione di qualità per eccellenza, il Greco di Tufo, rischia seriamente di essere compromesso da uno scempio che con ogni probabilità costerà caro ad un’economia già resa precaria dalla cattiva gestione di una risorsa della quale mai si è stati in grado di valorizzarne le immense capacità.

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