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Italia all’avanguardia per la cura dei tumori mediante microsfere

Curare i tumori con micro-sfere radioattive. Sembra fantascienza, ed invece l’Italia è ai piani alti per l’applicazione di tale tecnica per intervenire su tumori definiti “non operabili” con gli strumenti tradizionali. E lo è con ben 4 centri d’eccellenza.

radioembolizzazione2

In cosa consiste questa tecnica? È un tipo di radioterapia che viene effettuata attraverso l’introduzione nell’organismo (mediante un catetere all’arteria femorale) alcune micro-sfere di materiale vetroso o di resina, caricate con una sostanza radioattiva molto potente (l’ittrio 90) in grado di colpire solo le zone tumorali direttamente dall’interno. Questo perché le sfere rimangono incastrate nei capillari e le radiazioni finiscono direttamente nelle parti interessate ovvero le lesioni tumorali. I tessuti circostanti, invece, non vengono coinvolti, per cui si può parlare di radioterapia “mirata“.

L’Ospedale S.Maria Goretti di Latina, l’Istituto Regina Elena di Roma, l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico S.Orsola di Bologna e l’Istituto Nazionale Tumori di Milano sono i quattro centri italiani in cui si svolgono oltre 20 trattamenti all’anno, di questo tipo, per la cura del tumori al fegato. I risultati mostrati attraverso la “radioembolizzazione” sono davvero soddisfacenti. Finora, nella sola nostra Penisola sono stati sottoposti a tale tecnica oltre 1200 pazienti. Risultati positivi sia in termini di allungamento della vita sia nella riduzione della lesione tumorale, entrambi elementi fondamentali in attesa di un trapianto di fegato, quale soluzione finale del problema.

infermieri Gran Bretagna

Sulla rivista Journal of Hepatology è stato pubblicato, di recente, uno studio effettuato proprio da una rete d’informazione europea sul trattamento in questione, coordinato dalla dottoressa Rita Golfieri,  Direttore del Reparto di Radiologia Diagnostica ed Interventistica al S’Orsola, che ha preso in esame 325 malati. Dall’indagine è emerso come la radioembolizzazione, oltre ad aver prodotto risultati soddisfacenti, si è dimostrata perfino ben tollerata dai pazienti di età superiore ai 70 anni, una fascia d’età, ultimamente, sempre più soggetta ad ammalarsi di tumori al fegato.

A minare i successi fin qui raggiunti, sembra essere un nemico tutt’altro che di natura organica. Si chiama “tagli regionali alla sanità” o “risparmio“. I ricercatori temono che gli alti costi di applicazione (un singolo trattamento si aggira tra i 10 mila e i 12 mila euro) possono rendere la tecnica stessa come la più penalizzata dai tagli che stanno colpendo il nostro Paese. Soprattutto, se si pensa che in alcune strutture sono finiti i trattamenti programmati, nonostante la terapia viene applicata solo a tumori primitivi del fegato, non operabili e che non rispondono alle altre cure del protocollo. Quindi, i pazienti vengono rigidamente selezionati, come sottolinea la Golfieri.

Speriamo, non accadi quanto temuto dagli esperti!

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