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Italia on the road, prima tappa: sulle strade del Lago Maggiore

Sono le 8:45 in punto del 26 giugno 1989 quando mio padre mi scarica sull’alea, il lungo fiume, a Sesto Calende. Il mercoledì è giorno di mercato e c’è confusione, ma non mi è difficile riconoscere la sagoma della “124” azzurra di Fabrizio, l’auto che ci accompagnerà per trentadue giorni sulle strade d’Italia. La vecchietta è lì che borbotta al minimo con il mio amico appoggiato alla portiera del guidatore, intento a gustarsi una Marlboro, la prima di una lunga serie.

“Tutto qui il bagaglio?” è la prima cosa che mi dice fissando lo zainetto in cui ho messo le poche cose che ho deciso di portare con me. “E che cosa ti aspettavi, un baule?” rispondo io ridendo, mentre lo zaino è già sul sedile posteriore e mi accomodo al posto di guida della 124. “Sali che la partenza è mia”, dico mentre Fabrizio schiaccia il mozzicone sotto i piedi e fa il giro dell’auto per salire al posto del passeggero e io ho già innestato la prima prendendo confidenza con il grande e sottile volante della “vecchietta”.

La “124” romba sommessa con lo scarico sportivo che Fabrizio ha fatto montare recentemente: sono le 9:13 in punto e il nostro viaggio inizia attraversando il ponte di ferro che sovrasta il Ticino, tra Lombardia e Piemonte. Quante volte abbiamo attraversato questo fiume? Ma oggi è diverso, siamo in partenza per un viaggio a tappe che ci porterà a riscoprire il nostro paese, le nostre radici, il nostro pur breve vissuto di ventenni.

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Il diario di viaggio dell’89

La partenza è quindi di quelle lente, per scelta. Non a caso la nostra compagna di viaggio è la “vecchietta”, più potente di quanto s’immagini, ma sempre una vecchia auto da guidare rilassati ad andatura tranquilla. Sono passati nemmeno venti minuti che mi rendo conto che siamo a secco, manca la benzina! La “124” ha un serbatoio molto piccolo, che ci costringerà a numerose soste durante il nostro viaggio: la prima è a Dormelletto, a pochi chilometri dal luogo dove abbiamo passato metà della nostra adolescenza, Arona, “la diva” del Lago Maggiore.

Fatto il pieno alla “vecchietta” ci concediamo un caffè al mitico Bar David, solitamente meta dei nostri pellegrinaggi notturni. Adesso siamo davvero in viaggio e siamo fin troppo silenziosi, mentre ci lasciamo alle spalle il lungolago di Arona, sulla destra il Lago Maggiore scintillante di blu con la Rocca d’Angera a completare l’effetto “cartolina”. Stiamo viaggiando verso nord, obiettivo la Val Cannobina e Orasso, paese semiabbandonato e abitato solo da vecchi, accasciato sul fianco di una delle valli più selvagge e meno conosciute del nord Italia.

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Guido tranquillo, sulle curve serpeggianti della Statale 34, il lago lì a fianco come uno specchio solo increspato da una lieve brezza. Fa caldo, i finestrini sono abbassati, Fabrizio fuma in continuazione ma ha acceso la mitica “Autovox” l’autoradio della “vecchietta” su una stazione locale che trasmette solo rock classico: sulle note dei Deep Purple attraversiamo il piccolo abitato di Meina, spaventando due anziane signore per la sgasata eccessiva in ripartenza da un attraversamento pedonale.

L’Hotel Meina nero di fumo ci riporta con la memoria al buio della storia d’Italia: la sponda novarese è piena di testimonianze delle stragi nazifasciste ancora ben visibili. Passiamo Lesa, Belgirate e poi Stresa, con i suoi grand hotel un po’ barocchi e decadenti ma già aperti per la stagione: il lungolago è animato di turisti stranieri alle prese con jogging e coni gelato alle nove e mezza del mattino.

Dopo Baveno e le sue grandi ville, la strada si stringe e il panorama diventa più severo. Anche l’acqua del lago sembra più blu, sovrastata dalle montagne e passata Verbania anche il traffico diminuisce notevolmente fino a ridursi quasi a zero. Quando arriviamo all’abitato di Cannobio siamo in viaggio ormai da oltre un’ora mezza: imbocco le prime curve della Val Cannobina, scalando le marce e lanciando la “vecchietta” sulle prime rampe della statale, da sempre campo di battaglia di piloti di rally amatoriali e non.

Orasso

Orasso

Fabrizio sogghigna mentre la vecchia auto divora le curve, sempre più strette, verso il ponte di Falmenta, dove si apre la Val Grande, l’area di “wilderness” più grande d’Italia allora quasi sconosciuta ma oggi divenuta parco nazionale. Io sono troppo concentrato nella guida per pensare ad altro; immagino solo il fresco che ci attende ad Orasso, se decidiamo di fermarci per pranzo sotto un albero, nel giardino di casa di Fabrizio.

Gli ultimi tornanti prima di arrivare alle porte di Orasso sono da percorrere quasi a passo d’uomo. Poi si deve abbandonare l’auto alle porte del paese, che può essere raggiunto solo a piedi. E così facciamo, lasciando la “vecchietta” a fianco di un vecchio e scassato Daily carico di legna: ci avviamo verso il paese di pietra e l’unica bottega di alimentari, nascosta tra i viottoli. Nemmeno mezz’ora dopo siamo seduti ai piedi di una quercia immensa, lo sguardo rivolto verso le montagne della Val Grande: sul Lago Maggiore faceva caldo, qui ci sono 15° e spira una brezza freschissima. Il nostro primo pranzo in viaggio viene consumato in silenzio e nella tranquillità assoluta di un paese incantato. (continua)

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(foto in apertura: Andresr / Shutterstock)

Written by Andrea Monaci

49 anni, è direttore editoriale di Urbanpost.it fin dalla sua fondazione nel 2012. Ha iniziato la sua carriera nel 1996, si è occupato principalmente di lavoro, criminalità organizzata e politica. Ha scritto per "Il Secolo XIX", "Lavoro e Carriere", "La Voce dei Laghi", "La Cronaca di Varese".

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