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Italiani col segno meno

I francesi la chiamano “grandeur”, anche se è dai tempi di De Gaulle che non riescono a sfoggiarla. Noi italiani siamo soliti a buttarla sul sentimentale, quindi prediligiamo appellativi melliflui come “Grande cuore italiano” o il patriottismo di retrobottega che solo “Orgoglio Italia” rende al meglio. Orbene, per cosa dovremmo gonfiarci il petto in questa seconda parte del 2015?

Secondo il premier Matteo Renzi dopo l’ultimo Consiglio dei Ministri l’Italia avrà il “segno più”, a certificare l’agognata ripartenza economica. E a leggere i “titoli” delle slide di presentazione della Legge di Stabilità 2016, ci sono molte promesse in questo senso. Questo mentre Expo 2015, vetrina internazionale per eccellenza, stacca il ventimilionesimo biglietto venduto e mentre una delle imprese “più amate dagli italiani”, Poste Italiane Spa, si quota in borsa.

Eppure ci sentiamo di dire no caro Matteo, non è ancora la #voltabuona. Ancora una volta tutto è troppo tronfio, una grandeur “cartonata” che, come un pessimo maquillage, non riesce a nascondere le rughe e i difetti di un paese ancora immobile e vittima dei suoi mali secolari, primo fra tutti la brutta abitudine di fregare il prossimo: vogliamo parlare dell’innalzamento della soglia d’uso del contante a 3000 euro? Senza dimenticare una cosa in cui primeggiamo nel mondo, l’inefficienza.

A proposito di inefficienza, vogliamo proprio prendere ad esempio il processo di privatizzazione di Poste Italiane, azienda ad oggi ancora pubblica che dovrebbe garantire i servizi di spedizione su tutto il territorio nazionale ma che essendo monopolista può permettersi allegramente di non farlo. Basta leggere qualche giornale locale per rendersi conto di quanto siano diffusi i disservizi nella consegna della corrispondenza che in un paese “normale” dovrebbe essere una cosa “normale”. La situazione sarà aggravata dalla decisione, non ancora resa operativa, di consegnare la posta nei piccoli comuni solo a giorni alterni.

Scrive The Economist a proposito della vendita del 40% dell’azienda di spedizioni di proprietà dello Stato: “[…]Ma il vero punto è che la vendita di Poste Italiane non ha nulla a che fare con i servizi postali, che rappresentano solo il 14% dei ricavi e lo scorso anno hanno collezionato perdite per € 504m. La maggior parte delle sue entrate proviene da assicurazioni (66%) e altri servizi finanziari (19%). Queste attività beneficiano della grande popolarità del marchio Poste e della sua vasta rete di 13.200 filiali in tutta Italia (a fronte di 3.300 e 4.300 rami per le due grandi banche, Unicredit e Intesa Sanpaolo, rispettivamente).”

Insomma, non sperate che finalmente, con l’arrivo dei privati, la posta arrivi in tutta Italia davvero e i pacchi vengano consegnati puntualmente: le Poste puntano decisamente ai servizi finanziari, molto più redditizi degli altri business. In tutto questo, i consumatori, gli italiani “col segno meno”, quelli che aspettano lettere e pacchi per giorni, finiranno ancora una volta “cornuti e mazziati”: sarà  forse la volta buona per convertirsi definitivamente alle email e ai servizi di delivery della sharing economy, con buona pace di chi vuol trasformare un’azienda di spedizioni in una banca.

(Foto: Shutterstock / Davide Calabresi)

Written by Andrea Monaci

49 anni, è direttore editoriale di Urbanpost.it fin dalla sua fondazione nel 2012. Ha iniziato la sua carriera nel 1996, si è occupato principalmente di lavoro, criminalità organizzata e politica. Ha scritto per "Il Secolo XIX", "Lavoro e Carriere", "La Voce dei Laghi", "La Cronaca di Varese".

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