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Izzy Dix “La guerra è finita”: suicida a 14anni per la solita vecchia storia di bulli, pubblicata sua poesia

Il bullismo esiste da sempre, sarebbe quindi doveroso iniziare a raccontare le cose come stanno: non sono le nuove ad essere state sputate dalla bocca dell’inferno sulla terra allo scopo di tediare, con la medesima morbosità di una punizione dantesca, i soggetti apparentemente più fragili. Si parla di branco, di cyberbullismo, di sesso triste e incerto consumato in qualche angolo di scuole semideserte sotto l’occhio gelido di uno smartphone invadente che ne campiona l’essenza. Ma la verità è che l’uomo, essendo un animale sociale, ha nel proprio Dna quella ferina brama di unirsi ad un branco e, perché no, fare scempio insieme del leprotto di turno in un’orgia confusa di primordiale violenza.

bullismo

L’unica differenza è che oggi, i ragazzi che “fanno branco”, hanno sottomano strumenti potentissimi quali internet: armi a doppio taglio che, inevitabilmente, si ritorcono contro la loro presunta scaltrezza. Ed ogni danno, ogni lesione alla dignità altrui diventa triste esposizione utile per il Tg delle 20:00. La madre di Izzy Dix, 14 enne inglese tormentata dai compagni di scuola sino al punto di suicidarsi a settembre perché vittima di bullismo, ha usato in maniera assai arguta, invece, il potere del web pubblicano una poesia scritta da sua figlia dopo essere tornata in lacrime da un festival di musica locale nel Devon. Izzy, arrivata al locale, sente come al solito le risatine mentre sibilii di vipere senza fantasia la insultano. Due mesi dopo Izzy si toglie la vita. Quella sera, in lacrime, vinta da un senso di umiliazione e sconfitta scrive “I give up” ovvero “Mi arrendo”.

E nella testa inizia a suonare “La Guerra è finita” dei Baustelle, anche la sedicenne stronza che respira il gas, che si collega al gas, alza bandiera bianca, anche lei usa la metafora della guerra: “sul foglio lasciò, parole nere di vita, la guerra è finita, almeno per me“. Meno sapiente nell’utilizzo delle parole rispetto al Bianconi nazionale è stata la poesia di Izzy, con la sola differenza che alle sue parole è seguito un suicidio vero: di morte vera, di orrore vero...gratuito, così, a quattordici anni. Sua madre, allucinata dal dolore, non si è piegata alla banalità del male ed ha deciso di pubblicarla per aiutare le persone a capire il dolore e la sofferenza causati dal bullismo e dagli abusi subiti anche sui social network. “So che può essere scomodo per la gente, ma questo è quanto stava succedendo nella vita di mia figlia prima che lei morisse. E’ nelle sue stesse parole  è così che si sentiva”. Una sola domanda resta da porsi, mettendosi anche nei panni dei carnefici (anche se va di moda sempre e soltanto celebrare le vittime, come se un gesto di pietà fosse un’offesa verso la loro memoria), questi ragazzi che hanno peccato di brutale superficialità, al cospetto di queste parole – di questa morte che sanno di aver indotto – come sopravviveranno al senso di colpa? Alla presa di coscienza di aver annientato una ragazzina di 14 anni? Se solo fossero riusciti a realizzare l’immensa mole di dolore che stavano infierendo, se solo qualcuno o qualcosa li avesse fermati un attimo prima, anche la loro esistenza non sarebbe stata condannata all’eterna gogna del senso di colpa.

Se solo questa storia servisse a qualcuno, soltanto per fermarsi due metri prima dell’abisso; ecco, se solo servisse a una sola persona per fermarsi, osservarsi e riflettere riuscendo così a schivare l’abisso, che sia vittima o carnefice…se solo parlarne servisse.
Ecco alcuni stralci della poesia di Izzy.

Mi Arrendo

 

(…) io sorrido a loro e dico ciao ai tanti volti che vedo,
si guardano scioccati e sorpresi di vedermi,
‘Che cosa ho fatto di male?’
Provo a tornare nel cerchio di risatine e a parlare,
mi spingono via.
sto ferma,
I miei occhi vitrei e assenti.
Improvvisamente mi chiamano,
penso, ‘sì! Mi hanno notato! ‘
Ma poi iniziano a fare domande,
sul motivo della mia presenza.
Cominciano a dirmi che nessuno mi vuole lì.
Il mio cuore, la mia testa, il mio corpo: la nebbia
sento i rimorsi che iniziano a pizzicare i miei occhi come le guance cominciano a bruciare.
‘Non lasciare che ti vedano,
Non mostrare loro che sei indebolito ,
Indebolito dalla loro commenti’,
‘Stay Strong’ penso,
ma è troppo tardi,
i miei palmi delle mani sono umidi,
le guance e il mio collo sudano
Cammino in fretta tra le risate.
Il mio cuore comincia a rompersi.
Guardo giù e cammino (…)

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Nina Moric

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