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Jobs Act approvato alla Camera con i ribelli del Pd fuori dall’Aula, molte le novità al testo

Il “Jobs Act” alla Camera è stato approvato con 316 si e 6 no, senza far ricorso al voto di fiducia, ma anche con l’uscita dall’Aula dei deputati delle opposizioni e di 29 parlamentari del Pd che non hanno partecipato alla votazione finale. Tra i primi a lasciare l’emiciclo, Rosy Bindi e Gianni Cuperlo. Nel complesso nel Pd a non votare il provvedimento sono stati in quaranta, di cui sette assenti, su un gruppo di 307 componenti, palesando in questa maniera il loro dissenso su questo provvedimento.

Tra le modifiche introdotte rispetto al testo del Senato c’è da un lato l’esclusione per le nuove assunzioni, della possibilità di reintegro per i licenziamenti economici e dall’altro viene conservato il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro solo per i licenziamenti “nulli e discriminatori e per specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato“. Trattandosi di una delega al Governo, il tutto dovrà essere definito in un momento successivo nei decreti delegati dell’esecutivo.

Il provvedimento adesso dovrà tornare al Senato per l’approvazione definitiva. Rispetto al rilievo politico della spaccatura del gruppo del Pd, Stefano Fassina uno degli esponenti della minoranza ha sottolineato: “il fatto che 29 parlamentari del Pd abbiano condiviso un giudizio negativo sul merito del jobs act e non abbiano partecipato al voto finale e’ un fatto politico rilevante”, mentre il premier Matteo Renzi ha ritwittato il messaggio del gruppo dei democratici alla Camera, sottolineando: “la riforma porta piu’ tutele, solidarieta’ e lavoro”.

Nata e cresciuta in Sicilia. Studi classici e giuridici, lettrice appassionata di poesie e letteratura. Convinta sostenitrice che esiste una seconda possibilità in ogni campo anche per l'Italia.

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