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Joe Cocker: mito tra eccessi e fragilità, graffiante e malinconico bluesman bianco

Joe Cocker ci lascia un repertorio di rara bellezza inimitabile grazie alla sua voce rauca e graffiante, una vita di eccessi che ne hanno fatto una leggenda dagli aspetti per certi versi inquietanti. Gli abusi con la droga e con l’alcol sono stati per lui croce e delizia. Il suo spirito soul-rock del Nord dell’Inghilterra ha catturato intere generazioni per la carica di rabbia che esprimeva e per una certa malinconia che toccava l’anima come “Feels like forever” scritta per lui da Bryan Adams. La forza della sua potente voce roca ha marcato interpretazioni travolgenti da ”Feelin’ all right” dei Traffic a “Shelter me” fino al tormentone di “You can leave your hat on” colonna sonora dell’arcinoto streptease di Kim Basinger in “Nove settimane e 1/2”, ed a “Unchain my heart”.

I suoi concerti, mai banali erano sempre arricchiti da reinterpretazioni originali di splendidi brani come “With a little help from my friends”, “You are so beautiful”, “The letter”, “Hitchcock railway”, “Cry me a river”, dove eseguiva fantasiose divagazioni e unici assoli di raro effetto.

Nell’ultima fase della sua carriera la sua fragilità lo ha portato nelle mani di manager spregiudicati che, qualche volta, in Italia lo hanno mostrato al pubblico in condizioni fisiche e artistiche malmesse. Purtroppo è capitato di assistere a produzioni di dubbia qualità con band improvvisate e amplificazioni pessime che miravano solo ad usare il suo mito. Un interprete unico, una leggenda accostabile a quella di Janis Joplin che si ritrovava ad auto ironizzare sulle birre che beveva e sulle altre sue difficoltà come nel 1972 in un concerto a Milano si rivolse così al pubblico, in apertura del concerto: “Non fatevi ingannare: i segni che ho sul braccio sono punture di zanzara”.

Nata e cresciuta in Sicilia. Studi classici e giuridici, lettrice appassionata di poesie e letteratura. Convinta sostenitrice che esiste una seconda possibilità in ogni campo anche per l'Italia.

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