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Keith Haring il genio promiscuo di una star dell’arte e quell’appuntamento con l’Hiv

In Pennsylvania, il 4 maggio 1958, precisamente 58 anni fa nasceva Keith Haring uno degli artisti simbolo del Novecento. Talmente efficace e potente che, anche chi non ha alcuna nozione inerente la storia dell’arte, quando vede i suoi omini stilizzati dice “ahhh ho capito di chi parli“.  Keith Haring è la sintesi perfetta di colui che ce l’ha fatta: ad arrivare precisamente dove volesse e a firmare contemporaneamente la sua condanna a morte. Cosa si intende per “farcela”? Semplicemente arrivare precisamente dove si voleva, nella maniera in cui si voleva; queste le aspettative che il geniale artista riponeva nel proprio lavoro dicendo: “L’arte vive attraverso l’immaginazione delle persone che la guardano. Senza questo contatto, l’arte non esiste. Ho scelto di diventare un produttore di immagini del XX secolo e ogni giorno cerco di capire le responsabilità e le implicazioni che questa scelta comporta. È diventato chiaro per me che l’arte non è un attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi, ma esiste per tutti noi, ed è questo che continuerò a fare”.

A Keith Haring interessava fare arte per tutti, interessava essere pop, viveva di contaminazioni urbane, le sue prime tele erano stati i muri della metropolitana di New York, città imprescindibile per assurgere allo status di artista. Ce l’ha fatta perché se mostriamo a qualunque persona, di qualunque estrazione sociale, un suo classico graffito il 90% degli intervistati risponderà “L’ho già visto“. Farcela in maniera tanto smaccata quando hai soltanto 32 anni di vita a disposizione e in un mondo in cui il web stava muovendo i primi passi ed era esclusivamente uno strumento di diffusione per addetti ai lavori: c’è qualcosa di miracoloso nell’ascesa dell’astro Haring.

Dobbiamo aver sognato un monte, probabilmente l’Olimpo, ai piani alti, fra gli dei, Andy Warhol l’indiscutibile motore della Pop Art. Di fianco il bellissimo Basquiat, una sorta di alter ego di Haring: Keith così gracile, pallido e nerd mentre Jean Michel ha una meraviglioso corpo da haitiano, sogna un riscatto sociale e ha un talento altrettanto dirimente e visionario. Entrambi i “cuccioli” di Warhol, i suoi protetti, il dio artista che apre ai due writer pieni di sogni di gloria le porte dorate della sua Factory. E inizia il processo di unificazione artistica in cui si perdono i confini, i processi creativi si fondono alle notti nei club, all’orgia inevitabile, al design, ai Velvet Underground, a David Bowie, a Twiggy e a Lou Reed. Ne sono usciti vivi in pochi…e purtroppo l’hanno pagata anche loro. Basquiat muore per overdose nel 1988, a soli 28 anni, aveva acquistato un biglietto per Haiti, voleva tirarsi fuori da quell’inferno travestito da luna park; per ripulirsi e salvarsi l’unica era lasciare la fabbrica dei sogni che fu la New York dei Settanta/Ottanta che gli aveva promesso l’immortalità e in cambio aveva preso la sua vita. Poco prima un intervento alla cistifellea andato male aveva decretato la morte di Warhol.

Ed è allora che quell’Olimpo si è svelato per ciò che era: il monte Calvario. Nel 1988 Keith Haring ha 30 anni ed è un artista di fama planetaria, si accorge durante un viaggio per una delle sue prestigiose mostre personali per il mondo, di avere una serie di strane macchie sulla pelle. In quegli anni di quella strana roba si parlava poco, era avvolta da un’aura di misticismo, non era troppo chiaro neppure come avvenisse il contagio. Una cosa però è chiarissima: Aids voleva dire morte. Haring se l’aspettava: conosceva la propria condotta sessuale e i limiti travalicati. Sapeva di avere avuto una lista di proporzioni bibliche di rapporti omosessuali a rischio. Sapeva bene di aver riscritto il senso del termine “promiscuo” al punto da dichiarare pubblicamente, poco prima di scoprire di essere sieropositivo: “Nella mia vita ho fatto un sacco di cose, ho guadagnato un sacco di soldi e mi sono divertito molto. Ma ho anche vissuto a New York negli anni del culmine della promiscuità sessuale. Se non prenderò l’Aids io, non lo prenderà nessuno“.

A differenza di Warhol e Basquiat ad Haring è stata letta la sentenza di morte per tempo: per due anni Keith ha usato il proprio tempo sapendo che era l’ultimo tempo rimastogli e ha scelto l’impegno sociale sempre legato alla sua arte. La sua ultima opera pubblica è il Tuttomondo, dipinto dall’artista sulla parete esterna della canonica della chiesa di Sant’Antonio abate a Pisa nel 1989. Il 16 febbraio del 1990 Keith muore nella sua New York, non ha ancora compiuto 32 anni.

 

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