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Kung Fu Panda 3 recensione, Po non conosce più se stesso ma inizierà ad essere un vero Panda

Quando un lavoro riesce anche al terzo capitolo vuol dire che la strada intrapresa è quella giusta: da qualche anno, sulle scene cinematografiche, grandi e piccini hanno imparato ad amare un animale in via di estinzione: il Panda. Po, tenero, ingenuo ma al contempo simpatico, è il protagonista di “Kung Fu Panda”, pellicola arrivata al terzo capitolo e visibile, in Italia, dal 12 marzo in anteprima. Le avventure, distribuite dalla Fox e prodotte dalla “DreamWorks Animation”, per questo sequel sono state scritte anche da un italiano: Alessandro Carloni, regista e animatore bolognese che si è divertito a prendere parte a questo lavoro ben riuscito. Sì, perché “Kung Fu Panda 3” non ha deluso le aspettative degli spettatori ed ha proseguito sulla falsariga dei primi due lavori: sketch simpatici per divertire i bambini con una storia d’amore sullo sfondo a fare da cornice.

Vi siete mai chiesti, nel corso della vostra vita, chi siate davvero? Beh, il piccolo grande Po l’ha dovuto fare visto il percorso di crescita travagliato con cui ha dovuto fare i conti: un panda che non sa essere panda non si vede tutti i giorni. Aggiungeteci l’aver vissuto per oltre vent’anni con un genitore adottivo, Ping, amante della produzione degli spaghetti: Po non ha mai conosciuto il suo vero padre perché da cucciolo si è smarrito non trovando mai la via di casa. Ed il terzo capitolo realizzato dalla “DreamWorks Animation” si apre proprio così: il simpatico panda riesce a ricongiungersi con il vero padre, sulla scena chiamato Li Shan, capo del villaggio dei Panda. Nella pellicola realizzata da Carloni e Jennifer Yuh c’è spazio per la gelosia: Ping ha paura che il nuovo genitore possa portargli via Po ma gli concede di poter frequentare il padre biologico perché non vuole fare alcun torto al figlio. La capacità di mettere da parte il proprio egoismo per non ferire chi ti vuole bene, questo il messaggio del personaggio Ping la cui paura svanirà solamente nel finale. Beh, in tempi di “Unioni Civili” e “stepchild adoption” possiamo evidenziare come “Kung Fu Panda 3” sia portatore di un messaggio alquanto simpatico: avere due padri non significa creare un problema al proprio figlio.

“Kung Fu Panda 3” funziona perché nel ricettario c’è tutto il calderone di ingredienti utili a divertire e far commuovere con attenzione particolare al genere d’animazione. C’è ancora Shifu, gli insegnate di Po che vuole far diventare il panda un vero maestro del Kung Fu: l’animo buono del tenero animale bianco e nero sarà tutt’altro che ben disposto ad accettare di dover insegnare agli altri. Non si sente pronto perché ancora non sa chi lui sia: Po, per una serie di vicissitudini che qui non vi anticiperemo per non rovinarvi la sorpresa, dovrà imparare a vivere come un qualsiasi panda. “Papà sono pronto per iniziare”, tuona Po alle 9 del mattino, “Vai a dormire caro, i panda si alzano alle 12.30” risponde Li Shan. Questo piccolo sketch fa capire benissimo come appartenere a un determinato genere, a una determinata specie, non significhi per forza saper vivere come loro. E poi lo spirito di sacrificio di Po per salvare l’umanità: ricorda un po’ i tipici cartoon in cui c’è timbro orientale, in piccola parte rievoca, negli spettatori ventenni, la voglia di Goku, protagonista di “Dragon Ball”. Insomma, “Kung Fu Panda 3” è un film che funziona a cui non manca nulla: la storia va alla grande e lascia spiragli per un quarto appuntamento, le musiche sono come sempre avvincenti e la fotografia è così dettagliata da poter scorgere anche quanti peli abbia Angelina Jolie e la sua “Tigre”. Volete un consiglio? Andate a vederlo per staccare un’ora e mezza dai problemi della quotidianità.

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