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La Buona uscita film 2016, Enrico Iannacone: “Ninfomane e imprenditore: così racconto la solitudine” [INTERVISTA]

“Volevo fare una commedia ma adesso non so più che genere di lavoro abbia realizzato”, si racconta così, ai microfoni di UrbanPost, il giovane regista Enrico Iannacone, artista partenopeo al cinema da giovedì 5 maggio 2016 con il suo primo lungometraggio dal titolo “La Buona Uscita”. Il film, prodotto dalla Mad  Entertainment, racconta la storia di un imprenditore, Marco Macalusso, e una professoressa alle soglie dalla pensione e da sempre alle prese con le sue pulsioni sessuali che, adesso, vuole reprimere attraverso il matrimonio. Realizzato a Napoli, il regista Iannacone sottolinea come il film non presenta: “I soliti luoghi della città partenopea.”

Partiamo dal significato de “La Buona Uscita”: che film vuole essere e qual è il suo significato?
“È una storia vista dal personaggio maschile che è quello di Marco Macalusso e ogni storia presente all’interno della scena presenta una propria ‘buona uscita’: c’è chi vuole avere quella economica, chi va alla ricerca della buona uscita esistenziale e chi prova a ritrovare un proprio equilibrio interiore.”

Da dove è nata l’idea di realizzare questo film e quali saranno i luoghi tipici di Napoli che si potranno vedere?
“Prima di mettere in piedi un film è quello di scrivere le sceneggiature e quando ho realizzato ‘La Buona Uscita’ ho pensato come potesse essere realizzato: l’ho trovato molto semplice da realizzare con un low-budget in tre settimane e l’ho ritenuto un contenuto non così distruttivo. Per me è una storia che racconta l’aspetto della vita che mi interessa raccontare con occhio disincantato. Per quanto riguarda i luoghi che ci saranno in scena non troverete spunti di facile riconoscimento della città di Napoli ma, piuttosto, l’obiettivo è quello di mettere in risalto le mie prospettive e le mie personalità della città. Ho preso in analisi alcuni monumenti che versano in cattive condizioni come, ad esempio, il ‘Mausoleo di Posillipo’, adibito a cimitero militare dalla guerra del ’15-’18 ma a me interessava, piuttosto, il mondo architettonico.”

Ci racconta, per grandi linee, quali sono i tratti caratteristici dei personaggi principali?
In scena porto i caratteri di due persone che hanno una visione netta di cosa sia la vita e di cosa sia, soprattutto, la vita relazionale ma non solo di coppia. Si tratta di una recita in cui si vuole evidenziare solo e unicamente l’affermazione del singolo. Il protagonista, Marco, è un imprenditore ricco, bello, menefreghista. Lucrezia, invece, è una donna che vorrà rivivere il rapporto del passato, del tempo che fu. Voglio definirlo uno ‘spread relazionale’ capace di aumentare vertiginosamente con il passare dell’età in un rapporto molto complesso. Porto in scena il sentimento dell’esclusione, qualcosa che fa davvero male e Lucrezia vuole riconvertirsi attraverso un atto precostruito qual è il matrimonio. Tra gli altri personaggi che possiamo ritrovare ci sono il fratello di Marco che porta in scena i caratteri del tipico furbacchione ma che non riuscirà mai a esser cinico come il fratello.

Come è cambiato Enrico Iannaccone dal David Di Donatello del 2013 al suo primo lungometraggio?
“Sono cambiato nella stessa misura in cui ho provato a cambiare nel corso dei cinque cortometraggi che ho realizzato. Voglio illuminare sempre il lavoro fatto prima e dal lavoro che mi ha consentito di realizzare ‘L’esecuzione’ sono passati quattro progetti diversi, ognuno con una sua vita propria.”

Dovesse descrivere con un aggettivo il suo prodotto, come lo definirebbe? E perché gli spettatori dovrebbero scegliere di andare a vederlo?
“Beh, la definirei una commedia strana. Sì, perché avevo creduto di aver fatto una commedia ma mentre iniziavo a scriverne mi sono accorto sempre di più che questa non rientra in questo genere: tratta canoni e temi tutt’altro che leggeri con un linguaggio tendente al surreale che esprime un amaro-grottesco. Posso assicurarvi che, se andrete a vedere La Buona Uscita, troverete un film con un linguaggio non netto, non definito: né drammatico né comico, affronta temi precisi con un linguaggio quasi promiscuo. Sì, perché l’obiettivo è proprio quello di far luce sulla promiscuità stessa relativi ai concetti che si affrontano, la paura della solitudine, l’incapacità di star bene con se stessi.”

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