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La pericolosa equazione tra Islam e Isis: la lettera di una ragazza sia pakistana che italiana

Dopo i fatti di Parigi, quando ha ricominciato ad imperversare l’equazione Islam – terrorismo ci siamo ricordati di una ragazza che ha lavorato con noi, qui a UrbanPost, per qualche mese. Si è sempre distinta per professionalità, educazione e modi squisiti; le sue origini sono pakistane per ramo paterno. Le abbiamo chiesto se volesse scrivere una lettera aperta per raccontarci uno dei milioni di punti di vista integrati – dato che leggiamo tutti i giorni commenti carichi di odio verso chiunque non sia occidentale e cristiano – atto a testimoniare il reale stato delle cose oltre le psicosi e le facili approssimazioni. Ecco il contributo della nostra Leila Yasmine Khan. 

“Ne “Il Mercante di Venezia” William Shakespeare ci dice che anche il Diavolo può citare le sacre scritture per i suoi scopi, attingendo al linguaggio sacro per giustificare le azioni più malvagie. Il linguaggio, infatti, soprattutto quello metaforico e antico dei testi religiosi, è interpretabile in vari modi, a seconda dei contesti culturali, della realtà storica, e, soprattutto, delle finalità degli interpretanti. Penso che questa lezione sia di fondamentale importanza quando si parla di scontri tra civiltà basati su motivi religiosi. In questo caso specifico vorrei far riferimento agli attacchi terroristici degli ultimi giorni rivendicati dall’Isis, in quanto la violenza esercitata è stata giustificata con richiami alle scritture coraniche, che secondo l’interpretazione degli attentatori legittimerebbero lo sterminio dei, cosiddetti, “miscredenti”.

Il motivo che mi spinge a dare il mio punto di vista sull’argomento è il fatto di essere di origini pakistane da parte di padre. Personalmente non sono musulmana, e nemmeno mio padre e la sua famiglia sono praticanti, ma sono lo stesso cresciuti con la cultura musulmana sullo sfondo, e sicuramente hanno interiorizzato moltissimi aspetti di essa. Ciò su cui vorrei richiamare l’attenzione è la sofferenza e l’offesa provata dai musulmani (di origine, di fede, di cultura) nel momento in cui si instaura la convinzione che le idee e i principi rivendicati dall’Isis siano rappresentative del sistema islamico “tout-court”. L’islam, al contrario, si basa fondamentalmente su principi di pace, di filantropia, di carità, come moltissime altri sistemi religiosi, e in nessun modo incita o giustifica decapitazioni, suicidi e politiche di terrore. Nel Corano, verso 5:32, si legge che “abbiamo prescritto ai Figli di Israele che chiunque uccida un uomo sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità.

Nonostante moltissimi studiosi, esperti e leader teologici abbiano ripetutamente sottolineato questa importantissima specificazione, oggi ci ritroviamo ancora di fronte a membri del parlamento italiano (e non solo), giovani e adulti sui social network, giornalisti malinformati o, più semplicemente, vittime di pregiudizi, che diffondono una falsa identificazione tra Islam e Isis, aiutando a espandere i semi dell’odio tra culture invece di promuovere un’integrazione e una comunicazione tra di esse, che dovrebbe essere l’obiettivo di tutti in un mondo globalizzato.  Molti musulmani hanno anche voluto negare l’islamismo di questi terroristi, affermando che questi individui non possono essere ritenuti islamici, in quanto sfruttano le parole del Corano per legittimare le loro azioni, che sono frutto di disadattamento sociale piuttosto che di fondamentalismo religioso.

C’è da dire che, come in tutti i testi sacri, non mancano i riferimenti alla violenza e alla prescrizione di venerare Allah come unico Dio, costo penitenze molto gravi e terribili. Ma è proprio per questo motivo che moltissimi apologeti dell’Islam (e sono la maggioranza) cercano di richiamare l’attenzione sull’importanza dell’interpretazione del testo e dei significati delle parole, che vanno sempre inserite nel loro contesto di origine e di ricezione, per non parlare poi degli infiniti slittamenti di significato che si verificano quando una lingua morta e antica viene tradotta in codici linguistici differenti. L’interpretazione delle scritture è inevitabile, nel bene e nel male, ed è per questo che bisogna fare molta attenzione quando si analizzano le motivazioni apportate da questi estremisti, poichè essi sono rappresentati di una delle tante interpretazioni del Corano, e nemmeno della più tradizionale e più largamente accettata dagli islamici.

Vorrei sottolineare che non intendo proporre una difesa a spada tratta della religione musulmana, la quale, come tutte le altre, ha sicuramente molti limiti e molti rigidi dogmatismi. Ciò che sto cercando di far presente è che generalizzare ed estendere una sola visione ad un intero sistema di credenze (molto fitto e ricco di sfumature al suo interno) è una riduzione semplicistica molto rischiosa. Ritengo che un qualsiasi giudizio su questi temi debba essere pesato attentamente, soprattutto quando si ha solo una conoscenza molto parziale del tema in questione. Non affermo di conoscere il Corano in tutto il suo corpus, e proprio per questo ho voluto proporre un’analisi (se così si può chiamare) molto generale, che vuole sottolineare i rischi, la pericolosità di arrivare a semplici conclusioni, in quanto queste sono solamente fonte di un aumento della paura e, di conseguenza, di scontri tra civiltà e ideologie dovute a mancanza di conoscenze. Se vogliamo limitare il disastro della guerra, che purtroppo già dilaga in moltissimi territori del globo, aiutiamoci, e diamo il beneficio del dubbio al prossimo, per non permettere ai nostri pregiudizi e alle nostre paure di farci pensare ed agire in maniera avventata.”

 

 

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