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La sfacciataggine della mafia 2.0: il caso Borrometi (Intervista)

Come la civetta è animale notturno e diventa, dice William Shakespeare, oggetto di meraviglia se di giorno compare, così la mafia va perdendo in Sicilia le sue caratteristiche notturne per comparire alla luce del giorno“. Lo scriveva Leonardo Sciascia nel 1960 in una lettera inedita inviata a un poeta sloveno. Parole che, se confrontate all’odierno stato delle cose, dimostrano la loro attualità nonostante i cambiamenti degli ultimi 65 anni. Che se, fino a qualche anno fa, Provenzano scambiava i suoi messaggi all’interno di pizzini numerati e avvolti nello scotch, oggi il mafioso è 2.0 e utilizza social e mezzi di comunicazione moderni per colpire l’obiettivo. Mostrandosi apertamente, pubblicando su Facebook intimidazioni con nome e cognome.

E’ il caso di Paolo Borrometi, giornalista 32enne siciliano, direttore del giornale La Spia e collaboratore dell’agenzia Agi, ora sotto scorta per aver trattato senza limiti e senza paura alcuni fatti di mafia che ruotavano attorno al ragusano. Risalgono al settembre del 2013 le prime minacce di morte: dalle telefonate intimidatorie, all’aggressione che gli ha causato una menomazione permanente alla spalla, passando per l’incendio della porta di casa, fino alle minacce su Facebook. Un’escalation che gli è costata la scorta e anche tanta paura, con tutte le conseguenze del caso.

Iniziai a occuparmi di mafia con l’omicidio di Ivano Inglese, anche per dare giustizia al giusto richiamo dei suoi genitori. Contemporaneamente mi occupai dell’inchiesta sul comune di Scicli, che ne causò lo scioglimento per mafia – racconta Paolo, raggiunto telefonicamente – Per queste inchieste venni etichettato come folle e visionario, ma a distanza di oltre un anno la cupola presente a Scicli è quasi tutta sgominata. Così inizia la mia passione per questo tipo di giornalismo: nessun atto di coraggio e di eroismo, ma solo verità e oggettività“. Nel settembre 2013 arrivarono le prime intimidazioni, tra cui la frase “Stai attento” scritta sulla macchina di Paolo, che in quel periodo conduceva le inchieste sulle case popolari e sul Project Financing del cimitero di Modica.

Le altre minacce, sotto forma di telefonate, risalgono al 2014. Ad aprile venni aggredito fisicamente, uscendone con dei lividi fisici e morali che porto ancora oggi. Un’aggressione che fece da spartiacque: in quei drammatici 30 secondi mi passò la vita davanti, non sapevo nemmeno come sarebbe finita. Stavo per cedere alla paura, stavo per mollare. Poi dopo qualche giorno mi resi conto che se avessi mollato infondo avrei perso, perché avrei fatto vincere loro con quelle modalità brutali. Da quel momento presi coraggio“. All’aggressione fisica seguì l’atto incendiario avvenuto ad agosto, durante il quale venne data alle fiamme la porta dell’androne del palazzo di Borrometi. Ventiquattro ore dopo gli venne assegnata la scorta da parte dello Stato: un momento, anche questo decisivo, che causò il cambiamento delle modalità di intimidazione da parte dei mafiosi.

Nel gennaio 2015 arrivò il trasferimento a Roma, città dove oggi Paolo vive continuando la sua attività di giornalista d’inchiesta. “Questo fu il periodo delle minacce sui social. Su Facebook pubblicarono un manifesto funebre con la scritta “Creperai”,  seguito da una foto di un uomo che imbraccia un fucile. A queste due pubblicazioni, che io denunciai, seguirono le perquisizioni da parte della Polizia a casa di alcuni pregiudicati ragusani, dove furono trovate cento cartucce e un’ogiva“. Ad aprile il giornalista ragusano cominciò a occuparsi del caso del box 65 al mercato di Vittoria, denunciando le attività illegali di Venerando Lauretta.

Ti acceco con le mie dita. Ho preso la mia decisione, anche se mi arrestano c’è chi viene a cercarti. Tu morirai“, scrive su Facebook Lauretta, proprio pochi giorni fa, rivolgendosi a Paolo Borrometi. Una minaccia virtuale che, secondo il giornalista, è devastante sia per le modalità pubbliche utilizzate sia per il coinvolgimento indiretto di elementi mafiosi ai quali Lauretta si riferisce. E anche i likes diventano la causa scatenante della rabbia del mafioso di turno, costretto a replicare sulla piattaforma virtuale. “Uno dei primi articoli che scrissi su Lauretta aveva diversi likes da parte di cittadini vittoriesi. Lui espresse pubblicamente il suo sdegno nei loro confronti, minacciando l’intera collettività. C’è qualcuno che pensa che le minacce su Facebook siano meno importanti. Io che ne ho ricevute tante, posso dire che queste sono ancora più gravi. Perchè un soggetto condannato e di rilievo nella criminalità organizzata che minaccia sui social invita gli altri a fare lo stesso e ad agire. Noi le consideriamo poco rivelanti perchè non c’è mai stato nessuno che è stato ucciso dopo questo tipo di intimidazione. Io ho ricevuto sia minacce tradizionali che moderne e mi permetto di dire che queste sono più deflagranti“. La redazione di Urban Post esprime tutte la vicinanza e solidarietà nei confronti di Paolo.

 

Ecco alcune delle ultime minacce ricevute su Facebook:

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