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La valigia di Tabucchi? È un baule pieno di gente (video)

Leggere dei gusti letterari degli scrittori è sempre molto stimolante. Se è vero che la fonte della scrittura è la lettura, infatti, ciò ci permette di compiere a ritroso quel cammino che porta lo scrittore ad essere quello che è, a scegliere la letteratura come spazio privilegiato nel quale mettere in gioco la propria creatività.

Lo scrittore Antonio Tabucchi (1943 - 2012)

Leggendo Di tutto resta un poco, letteratura e cinema (ricca e variegata raccolta di testi brillantemente curata da Anna Dolfi, pubblicata per Feltrinelli nel marzo 2013 ad un anno appena dalla scomparsa di Antonio Tabucchi), si ha l’impressione di risalire un fiume. La sensazione, cioè, di penetrare nel canone delle letture di uno scrittore, ma anche in quello delle sue amicizie, delle scoperte e delle perdite dell’uomo naturalmente molteplice, abituato a riconoscere nell’arte “una visione del mondo differente da quella imposta dal pensiero dominante, o per meglio dire dal pensiero al potere, qualsiasi esso sia.

A partire da questa capacità di cui la letteratura è madre, il libro a cui Tabucchi ha lavorato nonostante la malattia permette al lettore di compiere un viaggio nel suo territorio, uno spazio nel quale alle parole viene data un’alta responsabilità: “ficcare il naso dove cominciano gli omissis”. Se però gli scritti raccolti nel 2006 in L’oca al passo. Notizie dal buio che stiamo attraversando riflettevano la mediocrità nazionale e la pochezza del ceto politico, non senza sottolineare la complicità di alcuni intellettuali, questa nuova raccolta compensa le brutture del presente con il potere della scrittura e quello dell’ immagine cinematografica: la bellezza che davvero “resta”.

Così, nelle sette parti di cui si compone la raccolta leggiamo saggi sulla letteratura (si veda la riflessione sullo speculare rapporto col Tempo di Gadda e Pasolini, la duplice consapevolezza storica che ne deriva e come questa influenzi la loro opera), scritti su autori frequentati con assiduità come Arthur Schnitzler, Rudyard Kipling, Jorge Luis Borges o Carlos Drummond de Andrade, dalla cui splendida poesia Residuo è tratto il titolo della raccolta. E poi, Julio Cortázar e l’immaginazione, Primo Levi con quella prosa che tende a misurare l’assurdità del novecento e forse i luoghi più tristemente rappresentativi del secolo breve, da cui pure la storia riparte.

E ancora: Daniele Del Giudice, Mario Vargas Llosa, Fabrizio De Andrè, Andrea Zanzotto e altri scrittori molto più giovani ma altrettanto promettenti, fino all’amore per il cinema e quel sentimento di riconoscenza per La Dolce Vita – il ritratto più terribile che un arista abbia prodotto della società italiana” -, che con quei celebri fotogrammi ispirò la ricerca di un altrove meno refrattario alle novità e al cambiamento. Dunque la partenza per Parigi nei primissimi anni sessanta, la scoperta del poemetto Tabaccheria di Álvaro do Campos  (uno degli eteronimi di Fernando Pessoa), comprato per caso su una bancarella vicino alla Gare de Lyon, come fosse una bottiglia trovata a fluttuare sulle onde. E da lì la passione  per il Portogallo, i viaggi, i lunghi periodi lontano dall’Italia e , infine, quell’entusiasmo appassionato di un intellettuale impegnato in senso ampio, umanista, che non ha mai visto consumarsi la curiosità per l’ uomo e spegnersi la solidarietà per le miserie del suo mondo.

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