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Laavor Et Hakir (Through the Wall) recensione del film presentato a Venezia 73

La regista israeliana Rama Burshtein torna a sorprendere piacevolmente dopo aver presentato, sempre al Lido qualche anno fa, La sposa promessa. Il suo modo di raccontare lo stretto e osservante ambiente israeliano ortodosso riesce ad essere lieve e prezioso e a schivare l’effetto da documentario di dubbio gusto. In concorso nella sezione Orizzonti il film Laavor Et Hakir (Through the Wall) ha ricevuto un applauso lunghissimo e sincero apprezzamento da parte di pubblico e critica, alla presenza in sala del cast e della regista.

La storia è molto semplice ed è il classico esempio di un film che, da un’idea basica, può tramutarsi in una piccola perla – come  accaduto – oppure in una commedia vuota, banalotta e dozzinale. Michal ha 32 anni e vuole sposarsi, vuole essere amata e vuole qualcuno da amare: “non voglio morire sola, voglio finalmente essere amata”. Fine, semplice, ineccepibile e sacrosanto. Detta così, scritta così, pare una frase talmente banale da essere imbarazzante: ed è qui che la Burshtein fa il miracolo. Questo dolore, per nulla originale, diventa unico, palpabile, vibrante, divertente, sfiancante. Perché Michal decide di prenotare una sala per il banchetto di nozze, la chiesa, l’abito, i fiori, le partecipazioni e tutto il corollario che la tradizione ebraica impone perché l’ultimo giorno di Hannukkah vuole sposarsi. Manca solo lo sposo, o meglio lo sposo c’era ma a tre settimane dalle nozze si congeda con un “Non ti amo più“.

Una vera e propria follia, interpretata magistralmente da Noa Koler che è bruttina ma piacente il giusto per funzionare. Non siamo ovviamente davanti ad un capolavoro, piuttosto a un’opera ben congegnata che non si vomita addosso luoghi comuni; impreziosita dagli scorci tradizionali del microcosmo della comunità religiosa osservante ebraica ma anche declinabile in termini universali. Trovare film brillanti, piacevoli e capaci di insinuare dubbi sui possibili piani di lettura ma, al contempo, divertenti e potenzialmente intriganti per un vasto pubblico è merce rara quando si debutta a una Mostra cinematografica “sacra” come quella di Venezia. Ci vuole più coraggio a fare ciò che ha fatto la Burshtein partendo da una sceneggiatura che per molti registi sarebbe stata terribilmente cheap al posto che portare opere infinitamente noiose, indecifrabili, auto referenziali e che giocano su una presunta – spesso, non sempre – artisticità. Ne esce un film d’evasione intelligente, ricco di spunti e contraddizioni umane. Coniugare qualità e botteghino non è sempre facile, quest’opera potrebbe farcela, i presupposti sono buoni davvero.

 

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