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L’amarezza collettiva per la morte dell’uomo libero Gabriel Garcia Marquez

Metà scrittore metà mito, Gabriel Garcia Marquez ha sempre convogliato attorno alla propria persona quell’aura di misticismo commista a lievità e sfanculamenti divertiti all’indirizzo di una certa logica. I suoi personaggi lambivano il cristologico, il grottesco, il demoniaco…probabilmente il sublime nella sua accezione più articolata. Così, riflessivamente, il mondo finiva per percepirlo come emanazione inevitabile di quella galleria proteiforme di uomini e donne tratteggiati dalla sua penna sempre carica e godereccia.

gabriel garcia marquez morte

Marquez muore alle soglie del Venerdì Santo, il giorno in cui tutti i cristiani ripercorrono la Passione e la morte del Cristo: impossibile rinunciare alla tentazione di godersi qualche sua ipotetica battuta postuma circa la possibilità di aver rubato la scena a Dio. Tutti lo conoscono per la sua opera simbolo “Cent’anni di solitudine”, la maggior parte dei suoi frequentatori non gli perdonerà mai, invece, la potente ispirazione masochistica e assoluta che tracima da “L’amore ai tempi del colera”. Conclude una carriera al limite della bulimia letteraria con la sua “Memoria delle mie puttane tristi”.

E’ morto Gabriel Garcia Marquez: uno che si prendeva a pugni con il suo rivale in amore, anch’esso Premio Nobel, Mario Vargas Llosa. Nonostante i comportamenti assolutamente umani e gli appetiti terreni Marquez non era uno di noi: lui era l’uomo libero Gabriel Garcia Marquez. Libero di testa, che riusciva a concepire la morte come una donna affascinante e chissà, magari ci scappava anche qualche effusione…sarà pure la morte ma se si veste d’azzurro e ha i capelli lunghi può Marquez esimersi dal trovarla scopabile? Ed è così che, sicuramente, ha fottuto la morte.
La riconobbe subito, e non c’era nulla di temibile nella morte, perché era una donna vestita di azzurro coi capelli lunghi, con un aspetto un po’ antiquato e con una certa somiglianza con la Pilar Ternera dell’epoca in cui lei l’aiutava nelle faccende di cucina.”

Antonio Cassano Parma

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