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Le donne di Pink is Good, intervista a Francesca: “I miei bambini sono stati la mia salvezza”

Dal Running Team di Pink Is Good, un progetto di Fondazione Umberto Veronesi per la lotta contro il tumore al seno, UrbanPost ha avuto il piacere di intervistare in esclusiva la signora Francesca Gelmini, la cui famiglia è stata profondamente segnata dal tumore. Quando lei stessa ha scoperto di averlo, non si è data per vinta e ha fatto tutto ciò che era in suo potere per combatterlo e sconfiggerlo: per lei stessa e per la sua famiglia. Dopo l’emozionante storia della signora Paola, ecco un altro racconto al femminile di forza e coraggio.

Può raccontarci come ha scoperto il suo tumore?
Sostanzialmente è stato un caso; io avevo due bambini, Marco di 3 anni e mezzo e poi avevo Maria di 9 mesi. Ero molto controllata dal punto di vista medico, lo sono sempre stata per via di una forte ereditarietà di tumore. Mi sono andata a far controllare durante l’allattamento perché avevo un’escrescenza sopra il seno ed è la stessa modalità con cui mia madre si accorse del suo tumore, anche lei mancata molto giovane proprio per questo problema. Ovviamente avendo una bambina di 9 nove mesi è stato un grosso colpo. I miei bambini però, come dico sempre, sono stati la mia salvezza e la mia vera medicina perché io da giovane mamma e avendo loro da crescere, ho tirato fuori tutte le energie che avevo per permettere loro di fare una vita normale. A Marco abbiamo raccontato che la mamma non stava bene, che aveva questi granellini nel seno che bisognava togliere per cui non gli abbiamo mai raccontato bugie. Questa è stata una cosa fondamentale, mi sono fatta aiutare e lo abbiamo reso partecipe: Marco ha visto le mie cicatrici, è stato con me durante le chemio e l’ha vissuta molto serenamente. Maria invece, essendo così piccola, ho solo cercato di coccolarmela il più possibile quando stavo bene.

Avendo una storia familiare molto particolare, lei ha scelto di fare l’indagine genetica. Ci può spiegare di cosa si tratta?
La mia storia non si è fermata alle cure “classiche” di chemio e radio che io ho fatto in modo molto pesante. Per via della mia storia familiare, ho poi deciso di fare l’indagine genetica. Una scelta che, dopo 11 anni, tornassi indietro rifarei al 100%, non ho assolutamente nessun ripensamento, anche se all’epoca a Bergamo esisteva da pochissimo il reparto di genetica. Questa scelta mi è stata proposta perché avevo la mamma morta di tumore al seno, la zia (sorella della mamma) di tumore alle ovaie e il papà morto di tumore ai polmoni e mi hanno detto che facendo questo esame (un classico esame del sangue) potevo dare ai miei figli e ai miei fratelli un mezzo per indagare meglio in questo ambito. A me ormai l’evento era capitato, ma in queste situazioni l’egoismo bisogna metterlo da parte; ho fatto fare l’indagine genetica ai miei fratelli, mia sorella è risultata positiva e ha fatto quindi una prevenzione radicale. Anche per il futuro dei miei figli, in particolare di Maria, penso sia un’ottima informazione: sperando che tra 10 anni la scienza sia andata avanti e che grazie a questa informazione lei possa essere più fortunata di me.

Dopo l’indagine genetica lei stessa ha fatto una scelta radicale di prevenzione futura?
A fronte della positività dell’indagine genetica ho fatto una scelta radicale: per capirci io sono la Jolie italiana. Non ci ho pensato due volte, ho fatto subito le protesi bilaterali così che la probabilità che mi torni al seno è bassissima e poi, a 45 anni, ho tolto le ovaie. E’ vero c’era ancora del tempo magari prima di andare in menopausa naturalmente, all’inizio infatti ho un po’ temporeggiato per paura degli effetti: con il senno di poi mi verrebbe da dire a tutte le donne di non pensarci due volte. Se alla fine questo ti fa stare meglio e ti crea una serenità quotidiana impagabile, direi di non aspettare: tornando indietro non aspetterei, perché io questo intervento l’ho fatto solo nel 2011. Ho fatto tutto quello che era in mio potere per sopravvivere a questo mostro.

Ci sono lati negativi dell’indagine genetica?
Sì, ci sono anche degli aspetti diciamo negativi perché una volta che sei segnato con questo gene mutato che si ha dalla nascita ci sono tante piccole cose che non si possono più fare. Una banale che mi viene in mente è l’assicurazione sulla vita o non poter essere più donatore di sangue. E’ però un’informazione importante che possiamo avere e, secondo me, è sciocco fare gli struzzi e non affrontarlo, pensando al futuro mio e della mia famiglia.

Come è arrivata al running team di Pink is Good e come l’ha aiutata?
Mi ha aiutato moltissimo ma perché, premetto, sono sempre stata una sportiva e soprattutto nei momenti della malattia quando avevo un po’ di energie andavo a farmi la mia corsettina, andavo in palestra con la parrucca, poi negli spogliatoi mi mettevo il cappellino e andavo a fare i miei corsi. Lo sport quindi per me è stato fondamentale perché mi scaricava sia fisicamente, molto mentalmente e ho sempre cercato di non mollarlo. Poi casualmente leggendo sul giornale ho visto questo progetto e ho detto “è per me”, non tanto per la corsa ma perché l’ho visto come un mezzo per fare della mia malattia un esempio positivo e di aiuto per le altre donne. Dopo essere stata selezionata ho iniziato questo percorso faticoso, soprattutto per una mamma, ma davvero stupendo. Sapendo che lo sport mi è sempre piaciuto, mio marito e i miei figli mi hanno sempre permesso di fare tutti i giovedì Bergamo – Milano per fare gli allenamenti.

Cosa direbbe alle donne che sono nella sua stessa situazione?
Innanzitutto che ognuno ha la propria storia. E’ vero, è un male brutto ma ci sono tantissime forme di tumore e tante volte ci si lascia influenzare da quello che è successo agli altri. Consiglierei quindi di ascoltare poco le chiacchiere del bar, della sala d’attesa alla chemio e di ascoltare e fidarsi dei medici che ti curano. Direi alle donne di coccolarsi di più, di essere positive nei confronti della vita e di imparare a saper dare il giusto valore alle cose. L’ottimismo è importante: tutte noi Pink abbiamo avuto la paura di morire, si tocca il fondo di fronte a questa diagnosi per poi rinascere.

Grazie

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