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Le donne di Pink is Good, intervista a Manuela: “Farò la maratona di New York con mia figlia”

Con la collaborazione di Fondazione Veronesi, UrbanPost continua le sue interviste ad alcune delle donne di Pink is Good, il progetto per la lotta e la prevenzione al tumore al seno. Dopo la storia di Francesca, ecco cosa ci ha raccontato Manuela, 54 anni, di Forlì. Donna lavoratrice, sportiva e con una figlia, ci spiega come ha affrontato la malattia.

Ci racconta la sua storia, come ha scoperto il tumore e come lo ha affrontato?
Ho iniziato a fare mammografie intorno ai 40 anni perché ho medici in famiglia e mi hanno consigliato di iniziare con la prevenzione abbastanza presto. A novembre 2005 faccio l’ultima mammografia e mi dicono che dobbiamo fare altri controlli ma l’esito non mi arriva. Siamo a gennaio – febbraio 2006 e facendo la doccia mi sento un pallino molto duro e inizio a fare gli accertamenti: ecografia, rifaccio la mammografia e faccio una biopsia e salta fuori il carcinoma mammario. A quel punto abbiamo fatto la risonanza magnetica per capire se era solo su un seno o su entrambi e nel giro di una settimana o poco più, vengo operata. Ho fatto una mastectomia sinistra con dissezione ascellare; sono quindi andati via i linfonodi di primo e secondo livello del braccio sinistro. Fatto l’intervento c’è stato tutto il discorso della chemioterapia e il trattamento che è stato abbastanza lungo perché ho fatto la chemio mirata per un paio di anni. Poi ho iniziato i trattamenti ormonali che sono ancora in corso. Avevo una bambina di otto anni quando è successo e ovviamente il primo pensiero va ai figli. Si lotta per stare bene e per far star bene i figli: a marzo del prossimo anno sono passati 10 anni.

Come ha affrontato questa situazione con sua figlia? Come ha cercato di gestirla?
Quando aveva otto anni abbiamo cercato di spiegarle che era una cosa grave ma che era anche superabile perché comunque i bambini a otto anni capiscono tanto. Ha avuto la vicinanza degli zii che sono medici e ciò è stato di grande aiuto perché sapevano affrontare la cosa. Quando sono stata in ospedale, è stata aiutata dagli zii medici, abbiamo affrontato questa cosa collettivamente. Poi man mano che è cresciuta, mi ha visto stare male: mi ha visto mora, poi mi ha visto senza capelli e poi quando mi sono fatta ricrescere i capelli, scherzosamente le ho detto: “dai Francesca mi faccio bionda!”. E questa cosa l’ha divertita molto e oggi sono ancora bionda. Crescendo, mia figlia l’ho coinvolta sempre di più in quello che era successo e in quello che mi stava accadendo e mi ha sempre accompagnato nel progetto con Fondazione Veronesi. Quando ho cominciato ad allenarmi lo scorso anno per la maratona, mia figlia ha iniziato a venire con me e ha conosciuto tutte le altre, si è trovata bene nel gruppo, anzi ha cominciato a correre. Il suo regalo, il prossimo anno che fa 18 anni, sarà quello di andare a fare la maratona di New York insieme.

Quindi è una cosa che, nel dolore, vi ha unito molto?
Sì moltissimo, ma tutta la famiglia, anche mio marito. Anche perché io non sono di Milano quindi ho fatto tutte le cure lì e mio marito è sempre venuto con me.

Come ha conosciuto il progetto di Fondazione Veronesi, Pink is Good, e come mai ha deciso di parteciparvi?
Me lo ha fatto notare una mia amica postandolo su Facebook e quando l’ho visto, dato che sono una persona sportiva (facevo atletica da ragazzina, quando avevo 20 anni, gioco a tennis e tiro a segno) non ci ho pensato due volte. Poi quando ho iniziato l’allenamento mi è piaciuto, mi sono trovata bene col gruppo. Poi quando hanno selezionato le dieci per la maratona, io non era tra loro ma io e mia figlia abbiamo deciso di andarci comunque con altre tre del gruppo. Ed è stata una di quelle esperienze che rimangono per tutta la vita.

Se dovesse dare un consiglio a chi oggi è nella sua stessa situazione, cosa direbbe?
Consiglierei di non mollare la propria vita per la malattia, di combatterla il più possibile ma di mantenere inalterate le proprie abitudini. Di non chiudersi in casa dicendo “oddio sono malata, ho fatto la chemio chissà cosa mi succede”: non bisogna stare a casa ad aspettare gli effetti collaterali. E’ importante continuare a fare ciò che si è sempre fatto e fare movimento il più possibile. Io andavo a ballare hip hop e avevo 45 anni: il mio maestro era pelato come me ma io gli dicevo: “a me ricrescono, a te no!”. La vita è così imprevedibile e non è detto che una muoia della malattia. Io cerco di spingere le donne che conosco a mantenere viva la propria vita, per ciò che è possibile nei giorni in cui si sta male. Quando è possibile bisogna frequentare gente e fare ciò che ci piace, soprattutto sport; anche durante la chemio, io giocavo a tennis.

Grazie

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