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Le donne di Pink is Good, intervista a Michela: “Per parlare ai miei figli, dovevo ritrovare il mio equilibrio”

Con il racconto di Michela, UrbanPost conclude il proprio ciclo di interviste in esclusiva alle donne del Running Team 2015 di Pink is Good. Dopo la storia ricca di forza e coraggio di Manuela, Michela, bergamasca di 48 anni, ci racconta come ha affrontato con i suoi tre figli la lotta al tumore al seno.

Come ha scoperto il suo tumore e come ha cercato di affrontarlo?
Era il 16 agosto 2011 e facendo la doccia ho sentito un nodulino; ho fissato una visita ad un centro senologico e ci sono andata il primo giorno di scuola media delle mie gemelle. Mi hanno detto che non era nulla, mi hanno fatto un’ecografia e mi hanno detto che era negativa. Solo che io non ero molto tranquilla, lo sentivo crescere e il giorno del mio compleanno, nel 2012, sono andata a fare un’altra visita in un altro centro e lì mi hanno detto che non solo era un nodulino, era un multifocale: erano tre noduli. Da lì in poi è iniziato tutto l’inter: ho fatto l’ago aspirato e mi hanno confermato che erano tumori. Mi hanno fatto una mastectomia e mi hanno riallineato l’altro seno. Io infatti ho sempre avuto il seno grosso e, visto che mi piace correre, ho chiesto se potevano mettermi una protesi piccola e mi hanno ridotto l’altro seno. Non ho dovuto fare chemio perché il linfonodo sentinella era negativo ma ho cominciato la terapia ormonale che non ho ancora finito.

Lei ha tre figli, due gemelle di 14 anni e un maschio di 16: come avete affrontato la situazione?
All’inizio io e mio marito abbiamo deciso di non dire nulla; abbiamo detto loro che io entravo in ospedale per togliere una ciste perché l’anno prima è mancata una mia cara amica i cui figli erano in classe con le mie figlie. Avevamo paura che facessero dei confronti e, siccome io stessa li facevo su di me, è stato uno shock, rivivevo la malattia della mia amica, abbiamo deciso di aspettare fino a quando io avrei ricominciato a stare bene: glielo abbiamo detto quando ho cominciato la terapia ormonale, quando ho ricominciato a guidare, a essere autonoma: insomma a riappropriarmi della mia vita. Io sono sportiva quindi il fatto di vedermi tornare a correre, andare in bici, io dicevo loro “vedete la mamma sta bene!”

Come l’hanno presa quando glielo avete detto? Oggi come la vivono?
Sicuramente hanno avuto molta paura perché comunque l’unico riferimento che avevano era questa mia amica. Quindi so, per esempio dalle insegnati, che le mie figlie dicevano “abbiamo paura che la mamma muoia”. Ci siamo fatti aiutare da una specialista per far capire loro che io mi ero ammalata; adesso mi sembrano più sereni. Il fatto di vedermi in forma credo che sia la cosa più importante per loro. Mi rendo conto che se io sono a letto mi chiedono subito “ma non stai bene? C’è qualcosa che non va?” Quando si affronta questa malattia è molto difficile resettare, fare finta che non ci sia stata. Però è qualcosa che ha anche i suoi risvolti positivi.

Cioè? Cosa intende?
Sono diventati molto più collaborativi. Quando ho fatto la mastectomia, per un mese non ho potuto fare nulla: fare i letti, banalmente versare l’acqua della pasta e loro hanno cominciato ad apparecchiare e sparecchiare, rifare i letti. Ho trovato molta collaborazione che è rimasta tutt’oggi. Anche adesso, se alla sera ceniamo, ognuno ha il proprio compito senza che io debba chiedere nulla. In modo più profondo, non dare più nulla per scontato, la mamma potrebbe non esserci per sempre: appunto, la mamma delle loro compagne di classe non c’è più. Insomma, apprezzare un po’ la loro mamma!

Ci parla invece della sua partecipazione al progetto della Fondazione Umberto Veronesi Pink is Good?
Me lo ha fatto conoscere la mia amica Francesca, anche lei malata di tumore al seno, il cui figlio era compagno di classe delle mie figlie alle elementari. Ad aprile mi ha chiamato e mi ha detto che c’è questa iniziativa, che cercavano delle donne che partecipassero. Per me è stata una bellissima esperienza, il fatto di non dover spiegare loro quello che mi era successo perché tutte, chi ha fatto la chemio chi non l’ha fatta, abbiamo passato la stessa situazione. Senza tante spiegazioni mi sono trovata a far parte di un gruppo, in sintonia come se ci conoscessimo da sempre. È stata un’esperienza che mi ha dato molta carica.

I suoi ragazzi come hanno visto questa nuova esperienza?
Secondo me ne sono stati molto contenti, molto orgogliosi. All’inizio un po’ preoccupati perché io al pomeriggio faccio la taxista e il giovedì invece non potevo e la sera hanno dovuto arrangiarsi a preparare la cena a turno. Poi invece si sono lasciati coinvolgere da questa mia esperienza perché io tornavo a casa e raccontavo entusiasta: sicuramente loro hanno sentito questa forza, questa carica quando tornavo dopo gli allenamenti a Milano. Secondo me è stato molto positivo anche per loro.

Se tornasse indietro, farebbe le stesse scelte con i suoi figli? Cercherebbe di proteggerli il più possibile?
Sì, credo di sì. Perché certamente è stata una difesa per i miei ragazzi ma prima di tutto io ho dovuto accettare la malattia e ho avuto bisogno di tempo per rendermi conto che la mia storia era diversa da quella della mia amica. Se non ero forte io, non ero in condizione di dare nulla ai miei ragazzi. Quando l’ho accettato, mi sono sentita pronta per parlare con loro. Li ho difesi ma prima di tutto avevo bisogno io di ritrovare il mio equilibro.

Grazie

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