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Le donne di Pink is Good, intervista a Paola: “Dopo il tumore ho acquisito la capacità di gioire profondamente”

Anche quest’anno il progetto Pink Is Good è tornato in campo a Roma e a Milano per la prevenzione del tumore al seno con la Pittarosso Pink Parade, cui ha partecipato anche il Running Team: un gruppo di donne che stanno combattendo il tumore al seno anche con il supporto dello sport. Urban Donna – Mamma ha potuto intervistare in esclusiva alcune di queste donne che, malgrado la malattia, hanno portato avanti la loro vita e la loro famiglia.

Del Running Team di Pink is Good fa parte Paola Abbiezzi; milanese, 46 anni e due figlie, lavora in università ma nel 2011 ha scoperto di avere un tumore al seno.

Ci racconta come ha affrontato con le sue figlie la scoperta del tumore?

Per quel che mi riguarda la relazione mamma – figlia ha segnato la mia storia, nel senso che la mia mamma era stata operata esattamente 10 anni prima di me ed è stata proprio lei che mi ha sollecitata a fare un controllo. Io avevo un dubbio ed è stata lei che ha insistito perché facessi un controllo. Quindi diciamo che mi sono rispecchiata da una parte in mia mamma quando le era accaduto e mi è stata vicina durante tutto il percorso della malattia. Naturalmente la cosa più difficile, più dolorosa è guardare i propri figli: le mie bambine sono state la prima cosa a cui ho pensato (io mi sono ammalata 4 anni fa, le mie bambine avevano la piccola quasi 7 anni e la grande 12). Sia alla piccola che alla grande avevo parlato di nodulo, all’inizio avevo cercato di sminuire. Poi in realtà quando il percorso si fa duro è difficile non raccontare la verità perché lo capiscono. Piano piano abbiamo imparato ad affrontare la situazione insieme, certo senza entrare nel dettaglio, senza cercare di essere catastrofici, ma quando io ho avuto paura loro lo vedevano. Loro però sono state allo stesso tempo la mia forza, sono state il motivo per cui mi sono detta “Io non devo fare l’ammalata, non devo chiudermi in casa, non devo cedere per loro e per me”.

La parte psicologica in questo tipo di percorso conta moltissimo quindi?

La parte psicologica è fondamentale, io mi sono affidata ad una consulenza di psico-oncologia e quello che portavo, al di là della preoccupazione della malattia, è stato proprio il modo in cui gestire questa difficoltà e questo dolore con le mie figlie. L’assistenza psicologica non mi ha risolto il problema ma mi ha aiutato a guardarlo: la cosa più importante era non raccontare bugie, non dire sono tranquilla, va tutto bene perché le tue figlie si spaventano di più se dici così e poi vedono che non lo sei, pensano che ci sia qualcosa degno di essere nascosto. E invece se si ha paura, se si ha voglia di piangere, si può anche piangere insieme e, ahimé, l’abbiamo fatto. Io l’ho detto realmente alle mie figlie quando mi è stato dato il piano terapeutico; ho tagliato i capelli, ho comperato la parrucca e ce la siamo provati tutti (papà compreso!) e le bambine che dicevano “male che vada sei come il papà che i capelli non ce li ha!” Diciamo che abbiamo cercato di affrontare la situazione, non dico con leggerezza, ma c’è un problema, non possiamo farci niente e andiamo avanti.

Secondo lei le sue figlie sono cresciute tanto, forse troppo presto affrontando questa situazione?

È stato un passaggio di crescita sicuramente importante, ognuno in modo diverso perché hanno 5 anni di differenza, due momenti diversi della vita. La più grande era già un adolescente, andava alla scuola media e lei ha capito allora cosa stava succedendo; nei temi scriveva “mia mamma è stata operata per un nodulo” poi cancellava e scriveva “tumore al seno”. Allo stesso tempo lei mi diceva “dai mamma che ce la facciamo”; lei gioca a pallavolo e c’era la storia di questa pallavolista, la Lo Bianco, che era stata operata di tumore al seno e poi aveva ripreso a giocare. Lei a Natale mi portò una rivista con la Lo Bianco in copertina e mi disse “dai mamma che l’anno prossimo ci sei tu in copertina”. Con la piccola è stato forse un po’ più faticoso perché, a 7 anni, lei aveva paura della perdita. Credo che lei abbia preso coscienza della situazione, sia cresciuta, quando io ho cominciato a partecipare al progetto Pink: solo in quel momento lei ha elaborato tutto quello che le era rimasto fino ad allora ignoto, una sofferenza di cui non si dava una risposta. Il progetto Pink Is Good invece l’ha gasata da matti: ha capito che c’erano altre signore che avevano affrontato lo stesso nostro percorso e ha capito che, quando si raggiunge un risultato, si può gioire anche da una cosa brutta.

Parliamo quindi del progetto Pink Is Good: in che modo l’ha aiutata?

Pink is Good mi ha aiutato moltissimo; i conti con questa storia una persona ce li fa tutti giorni, non è una cosa che si mette in un cassetto e si dimentica, quindi la difficoltà vera è riuscire a dare un senso a quanto di è successo. Si può provare a far finta che non ci sia stato, ma non si può e invece il progetto mi ha dato la possibilità di dare un senso a quanto mi è successo. È stata una possibilità di rinascita: io non avevo mai corso in vita mia, ho iniziato a fare una cosa che non avevo mai fatto. Mi ha dato la possibilità di capire che ho una motivazione e un’energia che non avrei mai pensato di avere. E allo stesso tempo, la possibilità di farlo insieme ad altre donne che avevano avuto la loro storia personale in un’esperienza comune. Non è che tutte le volte che andavamo a correre noi parlassimo di questo, ma mi dava un po’ di forza: siamo in tante, l’abbiamo passato, ognuna a suo modo e possiamo, insieme, aiutare altre donne che adesso lo stanno affrontando. Per me, ad esempio, è stata un’emozione davvero pazzesca che quando abbiamo fatto la Pittarosso a Milano tantissime donne si avvicinavano per ringraziarci.

Secondo lei oggi affronta la vita in modo diverso rispetto a prima?

Io stessa mi sono resa conto che, quando mia mamma si era ammalata, certo le ero stata vicina, ma non avevo capito cosa significasse davvero questa esperienza. Oggi quindi sì, affronto la vita in modo diverso nel senso che io adesso non è che non riesca a provare gioia ma è una gioia molto diversa rispetto a quella che provavo prima, è più profonda. Diciamo che ho perso quella leggerezza inconsapevole, che a volte è anche bella e che non ritorna, ma allo stesso tempo ho acquisito la capacità di gioire profondamente. Davvero mi rendo conto di apprezzare le piccole cose e ci si rende conto che non tutto è dato per scontato.

Cosa può consigliare alle donne, alle mamme, che oggi affrontano questa situazione?

Non è facile dare un consiglio che possa essere utile per tutti però forse quello che posso dire è di non avere paura di aver paura. È normale e istintivo che una mamma voglia preservare i propri figli dal dolore; in questo caso però non è possibile. È l’occasione, magari che si presenta molto presto, per capire che il dolore si può affrontare insieme, che non necessariamente porta alla fine, ma può essere invece un mattoncino che porta alla felicità. Nel momento in cui si riceve quella notizia e si prova terrore vero, è il momento di far trasformare la paura in forza: deve essere un momento utile per condividere, chiaramente nei modi e nei tempi giusti a seconda dell’età dei bambini. Il fatto che la mamma possa essere triste ci sta e si può essere tristi insieme, non per questo dopo non si può non giocare insieme e andare avanti. Il dolore c’è e i bambini lo provano sulle piccole cose; questa è una cosa grossa ma non si può far finta di niente.

Grazie

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