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L’Estate Addosso recensione, Gabriele Muccino e gli stereotipi di cui non se ne può più

Tra le pellicole italiane più attese della Mostra del Cinema di Venezia 2016 va citata, senza alcun dubbio, L’Estate Addosso di Gabriele Muccino. Il regista italiano, diciassette anni dopo, ritorna al Lido di Venezia con un film dai temi giovanili e frizzantini dopo alcuni ottimi lavori realizzati in collaborazione con Will Smith. Per la sua piccola stellina – considerato che si tratta del film numero dieci da regista della sua carriera – Gabriele Muccino ha scelto un cast capace di attirare l’attenzione dei più giovani. Il protagonista, Brando Pacitto, è un volto noto della serie Tv “Braccialetti Rossi” e, ai botteghini, questo darà certamente i suoi frutti con tantissime “fan-girls” disposte a non perdersi il giovane “Marco”. La co-protagonista, invece, è l’interessante Matilde Lutz: a nostro giudizio, la migliore del cast per recitazione e pathos. A completare il quartetto “d’archi”, invece, due giovani attori americani come Joseph Haro e Taylor Frey: danno colore a una commedia giovanile dai tratti scontati. L’Estate Addosso, infatti, porta sul grande schermo tutti gli stereotipi di cui siamo stanchi e che preferiremmo non vedere nelle sale cinematografiche: omosessualità e razzismo, bigottismo e storie “assurde”.

Il nuovo film di Gabriele Muccino non è un capolavoro del genere, tutt’altro: il regista italiano in carriera ha realizzato di gran lunga pellicole migliori. E anzi, L’Estate Addosso segna un passo indietro nel percorso di crescita dell’artista italiano: il suo curriculum, infatti, dà aspettative ben diverse dalla classica vacanza post-maturità. Sedici anni dopo “Come te nessuno mai”, Gabriele Muccino torna ad immergersi nel lungo mese estivo di agosto: questa volta protagonisti sono un ragazzo e una ragazza che si odiano ma scopriranno, nel corso del tempo, di volersi forse bene e di non essersi mai davvero parlati. La loro storia farà da colonna portante a giornate trascorse per le vie di San Francisco alla scoperta di posti mai esplorati. Matilde Lutz incarna la classica borghese bigotta, chiusa nei rigidi schemi di chi non deve errare di una virgola il proprio percorso: il bigottismo con cui si approccia alla coppia omosessuale è a dir poco scontato. Proprio come il suo mutamento, e qui brutta buccia di banana per Gabriele Muccino. La paura, infatti, sembra essere il passaggio di un messaggio errato verso la fascia giovanile: per scoprire te stesso, se non riesci con le tue forze, puoi trovare sostegnonell’alcol. Quando sei inebriato, come appare da L’Estate Addosso, riesci a sciogliere i tuoi freni inibitori accelerando il percorso di “cambiamento.” Non vogliamo anticipare molto altro sulla trama, ma va detto come Muccino, da buon emigrato negli Stati Uniti, abbia voluto tentare di portare all’attenzione anche il tema del “razzismo” americano nei confronti del popolo italiano: “I miei genitori sono italiani di Lecce – racconta Joseph Haro ai suoi nuovi amici – ma qui hanno sempre parlato inglese perché gli americani odiano gli emigrati italiani.” Insomma, consueta sviolinata.

Quel che colpisce lo spettatore, invece, è un’ottima fotografia: certamente i luoghi si prestano facilmente. San Francisco, le strade incantevoli degli Stati Uniti, le spiagge di Cuba e la lunga distesa di Oceano. Ma anche i dettagli vengono focalizzati con particolare minuzia. L’Estate Addosso di Gabriele Muccino, in definitiva, farà discreti incassi nelle sale cinematografiche perché ha il mix giusto di attori emergenti, fama del regista, colonna sonora di uno degli artisti più inflazionati del panorama italiano (Lorenzo Jovanotti Cherubini, ndr.) ma si poteva fare di gran lunga meglio: bocciato.

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