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L’Hermine recensione Venezia 72: Luchini mattatore, tutto il resto è noia

Christian Vincent fa leva sul suo cast, soprattutto sul mattatore Fabrice Luchini – incontenibile anche durante la conferenza stampa e i photo call – e sull’eleganza naturale di Sidse Babett Knudsen. L’hermine, presentato alla 72esima edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia si lascia guardare, strappa dei sorrisi, ma non prende alcuna posizione. Commedia francese? Non proprio. Omaggio alla Rive Gauche? Non scherziamo. Potrebbe essere forse accostato ad una piéce teatrale, non a caso il protagonista traghetta l’opera con la sua consumata e salda esperienza da attore di cinema e teatro.

Luchini è un un Presidente della corte d’Assise parigina noto per l’inflessibile condotta: ossessivo compulsivo verso le procedure, attaccato al ruolo istituzionale al punto da rendere quel manto d’ermellino una di coperta di Linus, distaccato e severo nel dispensare pene a “due cifre”. L’arrivo casuale, fra i giurati, di una donna che gli aveva fatto girare la testa anni prima, forse l’unica per la quale avesse mai provato una sentimento d’amore, sconvolgerà (nemmeno troppo) le dinamiche del processo in corso.

A fare da contorno alle nevrosi del Presidente Racine una rapida carrellata sugli altri giurati che dovrebbe fornire lo scorcio sui punti di vista delle diverse classi sociali chiamate a deliberare su un caso di atroce cronaca nera. Il condizionale è d’obbligo perché lo spunto sociologico si riduce a un paio di battute al bar. Contorno è probabilmente il termine più onesto per restituire questo film cucito addosso all’innegabile bravura di Luchini: tutto il resto è, quasi, noia.

Sotto trovate la gallery con l’arrivo del cast a Venezia (foto di Giulia Cassullo per UrbanPost)

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