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Licenziamento per malattia: vale solo in alcuni casi e vi rientrano i danni

Il licenziamento per malattia esiste ed è possibile in due casi: si va dall’interpretazione dei giudici sul caso alla causa di comporto. Per legge vi è un periodo massimo di assenza per malattia, legato alle cure, all’anzianità del dipendente e al tempo massimo. Ecco tutto quello che bisogna sapere per essere preparati.

Si parla dunque di periodo di comporto, ovvero un tempo massimo superato il quale è possibile incorrere nel licenziamento. Viene calcolato in base all’anno solare di 365 giorni, all’anzianità del dipendente e dal compito svolto dal lavoratore all’interno dell’azienda. Ad esempio, per gli impiegati che non superano i 10 anni di anzianità in azienda, il periodo massimo è di tre mesi, mentre per le altre tipologie il periodo è di sei mesi. Per ciò che concerne gli operai, invece, tutto dipende dalla categoria d’appartenenza. Quando il periodo di comporto scade, il datore di lavoro può passare al licenziamento senza che vi sia necessariamente una giusta causa. Allo stesso modo, però, non è possibile licenziare il dipendente se le cause della sua malattia e del suo peggioramento sono attribuibili alla mansione svolta nell’azienda.

Il dipendente che risulti essere un malato cronico, può essere licenziato qualora si verificassero assenze prolungate alternate a brevi periodi di presenza sul lavoro e se quest’azione inficiasse la qualità e la quantità della mansione svolta. Nel caso in cui il malato sia assente, ma rientra nel periodo di comporto, il licenziamento può scattare qualora non sia presente alla visita di controllo. I giorni di malattia possono essere trasformati in serie nel caso in cui vi sia una crisi aziendale o un riassetto oppure il superamento del periodo di comporto previo avviso comunicato per tempo dal lavoratore.

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