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Looking for Grace recensione Venezia 2015: c’est la vie, esattamente così

L’ha dichiarato subito in conferenza stampa l’australiana Sue Brooks, regista e sceneggiatrice di Looking for Grace in concorso alla 72esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, che in fondo ciò che cerchiamo è uno sparuto momento di Grazia, mentre si cerca una ragazzina di nome Grazia scappata di casa non si sa bene perché e persa nella cosiddetta Cintura del Grano australiana.

Un film lento, poco propenso ad assolvere i doveri di svago che spesso si chiedono alla cinematografia. Nessuno spazio per la fantasia, nessuna boccata d’aria, soltanto un lunghissimo sguardo volutamente tagliato, ricucito e mescolato in prospettive differenti sulle piccole e infelici vite dei personaggi. E per restare fedele alla vita la Brooks restituisce tutto: noie, affanni piccini e borghesi, tempi morti, miseri egoismi, tragici scorci di quotidianità e anche la piccolezza della natura umana.

Sarcasmo, disperazione, immancabile colpo di scena finale che ricorda, appunto, che la vita decide per te mentre sei concentrato a fare altro, un gioco sadico di scatole cinesi dove una preoccupazione divora l’altra mentre un cambiamento repentino modifica lo scenario senza il nostro beneplacito, le sicurezze necessarie alla sopravvivenza hanno radici precarie ed è tutto frutto del caso. Senza speranza di avere ancora un momento di Grazia non si sopravvive, sulla possibilità di toccarla, questa Grazia, non ci sono garanzie. Qualcuno ha fischiato questo film, qualcun altro l’ha apprezzato: non c’è da stupirsi, conoscete qualcuno che abbia le idee chiare su come classificare la vita?

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