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Lorenzo Amurri è morto: lo scrittore di “Apnea” ci lascia a 45 anni, nessun funerale ma una festa

“Apnea” esce nel 2013 ed è fra i candidati al Premio Strega di quell’anno, dietro allo schermo del pc uno scrittore metà per vocazione metà per disperazione: Lorenzo Amurri. Era il 1997 e Lorenzo, Lollo, ha un incidente terribile sulle piste da sci. Seguono gli ospedali, il coma farmacologico, la quasi morte, la perdita totale dell’uso delle gambe e quella parziale delle mani.

Un chitarrista che non può più suonare. Un libro duro, tutt’altro che compiacente, che racconta il tempo pesante in ospedale, il rifiuto per una vita che così non calza più: non funziona. Rabbia ma anche tanta coerenza; l’ostinata volontà di non raccontarsi che ora va bene così. Perché a Lorenzo così non è mai più andata bene. C’è un passaggio di “Apnea” che fa particolarmente tenerezza, proprio perché Amurri non restituisce mai attraverso il pietismo o la retorica la propria sofferenza. Lorenzo non accetta e non vuole accettare quella sedia a rotelle e così, per caso, un giorno trova un articolo in cui un ricercatore racconta il lavoro della sua equipe mirato a studiare soluzioni per combattere gli stati di paralisi. Lo scrive con un’onestà tagliente nel suo libro, dopo aver letto quell’articolo Amurri recupera il numero di telefono di quello scienziato e inizia a chiamarlo ogni settimana per fargli sempre la stessa domanda “Ha scoperto qualcosa? Ci siamo?“.

Lorenzo Amurri era sveglio, anzi era sgamato, si capisce fin dalle prime pagine del libro; uno che sa benissimo che per quel tipo di ricerca ci vogliono anni, tanti. Ma a Lorenzo la vita che non poteva più condurre bruciava troppo. In fondo aveva vissuto con grinta, curiosità, un briciolo di maschile e sfrontato superomismo la prima parte della sua esistenza: suonava e diceva che avrebbe potuto suonare in eterno senza scendere mai dal palco. Scriveva, faceva il produttore musicale, aveva moltissimi progetti, amava l’estate e l’idea dell’estate. Ci aveva provato ad avere fede, ci ha provato sul serio andando fino a Lourdes, ma non ha funzionato. Era di coccio Lorenzo, una personalità difficile da domare; un’agilità mentale che non stava in quel corpo prigione. E’ morto e non vuole nessun funerale; chi lo vuole salutare troverà la Camera Ardente dell’Ospedale Regina Elena IFO, aperta al pubblico domattina dalle 10 alle 13:30. Poi una festa, dove si deve bere. Voleva finisse così.

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