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Luca Traini, perché il killer delle moschee cita il “giustiziere” di Macerata

Nelle notizie riportanti la strage di Christchurch, in Nuova Zelanda, spunta il nome di Luca Traini, il giovane che più di un anno fa compì un raid per le strade di Macerata ferendo sei persone di colore. A menzionare Traini è lo stesso Brenton Tarrant, che ne ha scritto il nome, insieme ad altri personaggi a cui si è ispirato, su uno dei caricatori dei mitragliatori che aveva con sé. Luca Traini si dissocia, però, dall’accostamento del suo nome con i due attentati nelle moschee in cui sono state uccise decine di persone, riportando, inoltre, numerosi feriti.

Luca Traini, parla l’avvocato del giovane autore della strage di Macerata

“Traini si dissocia dal suo accostamento alla strage. – dichiara a Radio 24 l’avvocato Gianluca Giulianelli, difensore del giovane maceratese autore della strage del 3 febbraio 2018 – Da tempo ha maturato pentimento per il gesto di Macerata”. E aggiunge che quanto accaduto “è una cosa che lascia senza parole. Non ho ancora avuto modo di parlare con Traini, ma l’ho sentito ieri sera per telefono. Luca sicuramente si dissocia da questa cosa, poca importa che nel suo caso non ci fosse nessun riferimento religioso, ma sicuramente lui condannerà il suo accostamento a questa strage, perché è da tempo che ha maturato forte pentimento per il gesto che aveva fatto a Macerata”. Luca Traini, che la mattina del 3 febbraio 2018, in una sorta di vendetta contro i pusher e per reazione alla terrificante morte di Pamela Mastropietro, drogata, uccisa e fatta a pezzi dal nigeriano Innocent Oseghale, aprì il fuoco contro sei extracomunitari scelti a caso, è stato processato con l’accusa di strage aggravata dall’odio razziale e porto abusivo di arma. Giudicato con rito abbreviato e condannato a 12 anni di reclusione e tre mesi di libertà vigilata, dovrà risarcire le parti civili con somme da quantificare in sede civile.

Luca Traini, l’odio razziale non c’entra

Durante il processo, Luca Traini si è detto pentito e non spinto dall’odio razziale; davanti ai giudici della corte d’assise maceratese ha affermato: “Scusate, ho sbagliato. Volevo fare giustizia contro pusher per il bombardamento di notizie sullo spaccio diffuso anche a causa dell’immigrazione: anche la mia ex fidanzata assumeva sostanze. In carcere ho maturato una nuova cognizione dei fatti”. A scatenare le sue ire, oltre alla “cessione di eroina da parte di nigeriani a Pamela”, erano state anche le “violenze su bambini e su donne”, che gli avevano provocato “un tumulto interiore”. Sebbene la difesa avesse tentato la strada della personalità borderline, definendo Traini come sofferente “di disturbi di personalità”, per la sentenza di primo grado fu “un gesto organizzato compiuto da una persona capace di intendere e di volere, legato ad uno stato emotivo e passionale”. Lo stesso Traini, in aula, ha negato di essere “matto o borderline. Il mio gesto – ha dichiarato – non è collegato al colore della pelle: un poco di buono può essere sia bianco sia nero”.

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