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Luisa rifiutata dalla madre biologica non si arrende: “Mamma non fuggire”

Rifiutata dalla madre adottiva: le è stato detto da parte di chi l’ha messa al mondo di essere nata da uno stupro. Figlia di una violenza, il ricordo di una sofferenza, motivi per i quali sua madre biologica decise, dopo averla partorita, decise di non prendersi cura di lei e darla in adozione.

Luisa Velluti, ora che dopo tanto cercare è venuta a conoscenza della verità sul suo passato, tuttavia dando prova di un carattere molto forte e coraggioso, ancora non si abbatte. Intervistata da Repubblica.it, la parrucchiera 29enne di Belluno ha infatti dichiarato che in cuor suo non ha perso le speranze e si augura prima o poi di poter conoscere la sua vera madre.

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“Per me sei solo la più dolorosa ferita che ho avuto a 18 anni. Non ho scelto io di chiamarti così né di averti (..). Tutto potevo Tutto sognavo e tutto potevo sperare, ma non certo la violenza che ho subito e di cui tu sei simbolo”, le ha risposto in una lettera a Chi l’ha visto?, rispondendo al suo appello ma senza tuttavia rivelare la sua identità.

“Nonostante tutto mi auguro un giorno di poterla vedere. Mi dispiace se ha sofferto per una violenza ma da quel rapporto è nato anche qualcosa di buono, che sono io”, ha detto Luis a Repubblica, “Sto abbastanza male infatti. Non è la lettera che ti aspetti dalla persona che ti ha messo al mondo. Sono parole glaciali … Vedo tanta rabbia in quelle parole. C’è un passaggio in cui scrive addirittura che in me rivede ‘quei maledetti occhi azzurri’. Ma io non ho nessuna colpa. È una lettera anonima, coltivo ancora la speranza che sia uno scherzo di cattivo gusto”. Luisa è stata adottata quando aveva due mesi. Oggi ha 29 anni, fa la parrucchiera nel salone dei genitori ed ha una vita serena.

Da giorni però, dopo che sua madre biologica ha risposto ai suoi appelli, pensa a quanto accaduto. A quelle dure parole cui sta cercando di dare un senso, una spiegazione: “Sto provando a mettermi nei suoi panni per dare una spiegazione a parole che io non avrei usato mai”. In lei resta la speranza “che un giorno si presenti qui in negozio e mi dica: Luisa, sono io, eccomi qua”.

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