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“L’Universale” film, Federico Micali: “Il cinema è specchio della società, che ricordi in quel carcere” [INTERVISTA]

Tra i film in uscita ad aprile 2016 (consulta qui tutta la programmazione) ce n’è uno particolare e previsto per giovedì 14 dal titolo “L’Universale”: l’opera prima cinematografica di Federico Micali, regista fiorentino, racconta proprio la storia dello storico cinema sito nel cuore di Firenze ed emblema di più di una generazione di appassionati cinefili. Realizzato in collaborazione con Ruggero Dipaola e con la società “L’occhio e La Luna”, la pellicola avrà distribuzione capillare in Toscana mentre nel resto di Italia sarà visibile nelle principali sale cinematografiche. Il regista, Federico Micali, contattato dalla redazione di “UrbanPost”, ha voluto raccontare un po’ lo sviluppo di questa storia e le emozioni a qualche giorno dalla fatidica data.

Ciao Federico, iniziamo dal tuo primo che uscirà nelle sale cinematografiche: ci racconti un po’ come è nata l’idea de “L’Universale”?
“Vivendo la città di Firenze per me e per il mio socio, Cosimo Calamini, il cinema “Universale” rappresenta un pezzo di storia della città oltre che nella mitologia degli amanti di questo incredibile mondo. L’obiettivo di questa pellicola è quello di portare in scena gli eventi degli anni ’70 per farli vivere alle generazioni di oggi oltre a far rivivere, quegli incredibili momenti, a chi ha avuto la fortuna di esserci in prima persona. L’Universale è l’ideale del cinema libero ed è quello che spero possa ritornare a essere: specchio di una città.”

Cosa rappresenta “L’Universale” come cinema nella tua carriera artistica?
“Per questioni anagrafiche non ho vissuto in prima persona gli ambienti del “Universale” ma ho sempre percepito, come una sorta di particolare magia, la frequentazione di questo ambiente cinematografico. Rappresenta un vero e proprio atto di amore nei confronti del cinema, ha rappresentato un modo di essere capace di mettere in scena aspetti imprescindibili per i fiorentini. Il cinema “Universale” ha rappresentato tanto per la città di Firenze: impegno politico, movimento studentesco, oltre ai primi passi di grandi artisti musicali. Non a caso la colonna sonora di questa pellicola cinematografica è stata curata dalla “Bandabardò” che ha avuto la fortuna di muovere proprio da questo cinema i primi passi.”

Ci descrivi un po’ la sinossi di questa pellicola e cosa ti ha convinto nella scelta dei tre protagonisti?
“È un romanzo sperimentale che prevede la presenza di tre personaggi che crescono all’interno di questa sala cinematografica: i loro mutamenti, il loro andare avanti con l’età, porterà a profondi cambiamenti proprio come accaduto alla città di Firenze. Per quanto riguarda la scelta di questi tre grandi artisti devo dire che sono stato molto felice di poter lavorare con bravissimi attori: Francesco Turbanti lo conoscevo già e sono rimasto contento della sua prova; chi mi ha sorpreso davvero tanto è stata Matilda Lutz: la reputo una scommessa vinta perché non essendo toscana – è italo americana con accento lombardo – non era facile riuscisse a parlare il fiorentino nel migliore dei modi. Gran merito di questo va dato al suo insegnante e mi ha colpito con particolare piacere la sua determinazione: tra l’altro ora farà parte dell’ultimo film di Muccino. Per quanto riguarda Robin Mugnaini, invece, è meno conosciuto rispetto agli altri ma mi ha colpito per la capacità di saper far coniugare tra grinta e leggerezza.”

Fin dai tuoi primi passi nel mondo artistico hai curato con particolare attenzione la comunicazione tramite i video: qual è la potenza di questo mezzo di comunicazione e quanto può incidere, oggigiorno, il web?
“Siamo in un periodo di forte transizione perché il web ha innovato il modo di girare, le modalità di produzione dei film. Diciamo che ci troviamo all’interno di una palestra molto importante: oggi abbiamo la fortuna di avere tantissimo materiale, il problema è che spesso questo non è dei migliori. Se devo essere sincero pecco nella conoscenza degli “youtubers” ed è un peccato perché è una nuova forma di comunicazione capace di fornire linguaggi nuovi e capacità di girare con nuovo materiale.”

Com’è insegnare cinema ai detenuti visto il tuo impegno sociale presso “La Dogaia” di Prato?
“Purtroppo si è conclusa tre, quattro anni fa ma devo dire che è stata tra le più belle della mia vita. Mi ha fatto misurare con un registro attoriale diverso e confrontarmi con ragazzi molto interessanti, mi hanno insegnato molto perché sono persone dalla grande forza di volontà.”

Che ricordi hai della tua collaborazione con Mario Monicelli in occasione del cortometraggio “L’Ultima Zingarata”?

“Insieme a Francesco Conforti abbiamo pensato di rimettere in scena la morte di Perozzi di “Amici Miei” non come un qualcosa di triste e solitario ma in modo diverso, proprio come avrebbe voluto Moschin e l’abbiamo messa in scena riappropriandoci di una pellicola così forte per Firenze. Per quanto riguarda l’esperienza con Monicelli devo dire che è stato molto gratificante per la mia carriera artistica e la mia crescita professionale; contrariamente a quanto si dice, la mia idea è che Monicelli sia molto aperto e disponibile. Dal cortometraggio siamo riusciti ad arrivare a un documentario grazie al tanto materiale che Monicelli ci ha fornito e sarebbe stato un peccato non renderlo visibile.”

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