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Made in “italian”: l’imponente fenomeno della falsificazione del cibo italiano

Il cibo di qualità italiano negli ultimi mesi è riuscito ad imporsi in maniera massiccia soprattutto all’estero. Olio e spumante sono i due fiori all’occhiello delle esportazioni, riuscendo a conquistare nazioni come la Russia dove si prevede nei prossimi anni una più cospicua e grossa fetta di mercato. Ma l’esperienza insegna che di pari passo aumenta anche la contraffazione agroalimentare, che attualmente è appunto in forte crescita.

Tutti noi conosciamo bene gli alimenti che fanno più gola ai “falsari”: pomodori, olio, pizza, formaggio, pasta, bevande. Di recente il Comando Carabinieri per la Tutela della Salute (Nas), ha fornito i dati dei primi tre mesi del 2013, i risultati sono molto preoccupanti, i Nas hanno sequestrato 112,6 milioni di euro di merce contraffatta. Nello specifico da inizio 2013 i prodotti alimentari che più hanno risentito della minaccia dei falsari in base ai sequestri Nas sono stati: carne 52% con fettine di cavallo spacciate per manzo; pane e pasta 12%; conserve 7%. Tra marchi più sfregiati al primo posto troviamo il Parmigiano Reggiano, dove in Argentina è addirittura diventato “Regianito” ed in Romania Parmezan. Ma anche il Grana Padano, il formaggio Asiago, la mozzarella di bufala, il prosciutto di Parma e il pregiato San Daniele, i vini tra cui il Barolo ed il Chianti, la pasta di grano duro ed i dolci.
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Nonostante i controlli siano sempre più serrati, le misure prese dalle autorità competenti non sono riuscite a bloccare l’emergenza. A poco è servito il nuovo regolamento sull’etichettatura europea degli alimenti entrato in vigore nel 2011: regolamento 1169/2011. Le nuove indicazioni dovranno esser recepite dai paesei membri entro e non oltre 3 anni, mentre entro 5 anni si dovranno pubblicare tutte le informazioni nutrizionali richieste. Secondo l’attuale normativa chi produce dovrà obbligatoriamente indicare la provenienza di tutte le carni fresche, obbligatorio anche indicare origine del prodotto sulle etichette. Ulteriori misure aggiuntive a riguardo sono state prese anche dall’Unione Europea: con il regolamento n.158, del 18 febbraio 2013 è stato introdotto un dazio anti-dumping nei confronti di pelati cinesi in scatola.

Come sempre accade in Italia, quando arrivano fondi Ue per attuare un piano di miglioramento e dare una scossa forte al problema, sembra che qualcosa ostacoli l’azione, ed ecco che l’ostacolo non viene mai superato ma solo raggirato. L’assenza di obbligo di etichettatura d’origine per tutti i prodotti agricoli freschi e trasformati in “mono ingredienti” è uno dei principali problemi che hanno indotto i falsari del cibo ad agire in modo abbastanza discreto. Questo è dimostrato, oltre che dai risultati sui controlli dei Nas, anche dalla Commissione Agricoltura, che ha lavorato sul fenomeno:

All’estero tre prodotti alimentari italiani su quattro sono falsi. I dati sull’illegalità nel settore agroalimentare sono riportati annualmente nel dossier «Italia a tavola» e dimostrano che gli interessi della criminalità organizzata continuano a crescere in maniera incisiva nel settore. La mafia è nata nelle campagne e da lì si è espansa, investendo i suoi interessi anche nel settore della commercializzazione dei prodotti agroalimentari al punto da influenzarne la formazione dei prezzi. Tutto ciò costa 3,5 miliardi di euro all’anno alle aziende, ovvero 5.400 euro ad azienda.
Camera dei Deputati —9— Indagine conoscitiva – 27
XVI LEGISLATURA — XIII COMMISSIONE — SEDUTA DEL 10 LUGLIO 2012

Proprio sette giorni fa la Commissione europea ha chiesto all’Italia la restituzione di circa 14 milioni di euro relativi ai fondi della politica agricola dell’Ue. La nota spiega i motivi della richiesta parlando di “carenze ricorrenti nei controlli amministrativi, contabili e fisici e per lacune nell’applicazione delle sanzioni nel regime di trasformazione di agrumi in Sicilia” e “Calabria” e “pagamenti tardivi nel regime delle scorte private di formaggi” (ritardo di quasi 1 mln di euro). Ma non siamo i soli, tra i paesi più disorganizzati in materia c’è il Regno Unito, che ora dovrà restituire ben 40,4 milioni di euro a causa di “carenze nel sistema di identificazione delle parcelle agricole/sistema di informazione geografica (SIPA -SIG).

Secondo il presidente della Commissione Agricoltura Luca Sani: “recuperando il 6% del fatturato rubato dall’italian sounding avremmo una bilancia commerciale in pareggio“.

Written by Vincenzo Iozzino

Classe 82, giornalista e pubblicista dal 2005, ha collaborato con diverse importanti redazioni, tutt'ora porta avanti un progetto personale editoriale creato ed aministrato da lui. E' attratto principalmente dalla scrittura creativa, le cui conoscenze sono state approfondite pesso la facoltà di Cultura ed amm. dei Beni Culturali di Napoli, dove si è formato. Campano, vive a Gragnano, territorio montuoso che lui definisce "braccia dell'angelo", una vera vocazione che lo ha spinto ad appassionarsi al Running ed al Trekking, e nel 2012 diventa istruttore di Atletica leggera. Vive con una meravigliosa moglie e due splendidi bambini.

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