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Manchester by the sea recensione: una piccola, bellissima, perla triste

Ecco la recensione di Manchester by the sea, il film di Kenneth Lonergan Oscar per la miglior sceneggiatura originale e per il miglior interprete maschile, Casey Affleck – che piace a pubblico e critica. Partiamo con il dire che siamo di fronte a un bel film; triste e non adatto probabilmente a tutte le occasioni. Lee vive in un seminterrato a Boston dove svolge il mestiere di tuttofare; è un giovane uomo visibilmente segnato in profondità da un dramma che gli è caduto addosso. Un dramma apocalittico frutto di una distrazione comune, per nulla eccezionale. Così come non è eccezionale neppure lo squallore familiare che si è lasciato alle spalle: piccole miserie quotidiane, qualche vizio, di certo nodi irrisolti ma – come la maggior parte delle famiglie – scheletri nell’armadio tutt’altro che inusuali.

Manchester by the sea è la vera protagonista, come chiarifica il titolo, la gelida cittadina dai cieli plumbei, le temperature rigide e la terra talmente gelata da dover rimandare le sepolture: il luogo dei demoni dai quali Lee, stancamente, scappa. Lonergan dirige in maniera pulita, sobria, chiara e impeccabile una narrazione che vive su due piani: flashback e presente, in un intreccio continuo ma ben riconoscibile. La forza di questo film sta proprio nell’immensa tragicità toccata per caso a qualcuno e la reazione silenziosa ed ordinaria con la quale viene fronteggiata. Lee è scaricato come una pila, resta costantemente in uno status di risparmio energetico, precisamente depresso. La mimica facciale è azzerata, gli slanci verso una qualunque forma di socializzazione sono fuori discussione, la vita gli è visibilmente pesante. Eppure non si cede mai ad alcuna scena madre, non ci sono scioglimenti di conflitti né dialoghi espressamente focalizzati sul dramma. E’ proprio come succede nella vita, quando certi dolori e certi fantasmi non sono mai argomento affrontato a viso aperto, restano piuttosto addosso come una zavorra, demoni privati sui quali tutti hanno preso le misure e patteggiato una convivenza.

Michelle Williams si conferma intensa e perfetta ma la pertinenza di Casey Affleck, con quella faccia da “altrove” che pare disegnata su misura per quel ruolo, è impareggiabile. I dialoghi cinici, pratici, disincantati aiutano a contenere l’abisso di certi dolori e sensi di colpa pressoché impensabili da gestire. Lee era un uomo imperfetto ma funzionale, esattamente come tre quarti degli uomini sulla terra, che per una banalissima svista si trova involontario esecutore della peggiore delle fatalità. Lo sforzo e la violenza che fa a sé stesso, per onorare le responsabilità in seguito alla morte del fratello, al fine di prendersi cura del nipote risultano ancor più tragiche per lo spettatore, proprio in virtù di questo elegante stoicismo silenzioso e pratico. Un film che non prende la via facile dell’empatia, tanto cara a Hollywood, nonostante nasca in seno alla cricca composta da un veterano dei blockbuster, ovvero Matt Damon. Una piccola perla triste che non piacerà a chiunque, perché la fascinazione del rigore e del silenzio non sono per tutti.

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