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Marco Bellocchio: i 75 anni di un laico e complesso regista anticonformista

Uno dei registi più anticonformisti della storia del cinema italiano è senz’altro Marco Bellocchio che oggi compie 75 anni essendo nato a Bobbio, nel Piacentino, il 9 novembre 1939. Coraggioso e profondamente convinto delle sue idee laiche, le ha difese con l’espressività dell’arte affrontando spesso temi spinosi e complessi. Fin da piccolo, alle scuole salesiane, mostra un certo interesse per il mondo del cinema appassionandosi al cinema. Nel 59’, con Andrea Camilleri tra i suoi insegnanti, frequenta il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, nel 62’ acquisisce il diploma di regia e poi va a Londra a proseguire gli studi sul cinema. Tornato in Italia, all’età di 26 anni nel 1965, dirige il suo primo film: “I pugni in tasca”, selezionato al Festival del fil Locarno e vincitore, nello stesso anno, della Vela d’argento. Nel 67’ dirige “La Cina è vicina” presentato al Festival di Venezia e vincitore del Gran Premio della Giuria.

Nei suoi film Bellocchio mette a nudo la società borghese svelandone ipocrisie e contraddizioni. Il regista piacentino non vuole fare propaganda politica pur essendo dichiaratamente di sinistra. Bellocchio milita, in quegli anni, nell’Unione Comunisti Italiani, in un gruppo d’ispirazione maoista. Nel 1966 pubblica sulla rivista Rendiconti, una raccolta di poesie dal titolo “I morti crescono di numero e d’età”. Nel 1969 partecipa con un episodio al film “Amore e rabbia” insieme a Pasolini, Bertolucci, Lizzani e Godard. Rievoca la sua infanzia in chiave grottesca nel film “Nel nome del padre” del ’72 con Laura Betti e l’anno dopo dirige Gian Maria Volontè in “Sbatti il mostro in prima pagina”. Nel ‘75 in “Nessuno o tutti – Matti da slegare” fa un duro atto d’accusa contro i manicomi. Dopo “Armonica a bocca” del 1979 e “Vacanze in Val Trebbia” del 1980 dirige Marcello Mastroianni in “Enrico IV” nel 1984, tratto da una commedia di Luigi Pirandello e nell’86 “Diavolo in corpo” tratto dal libro di Raymond Radiguet e “La visione di Sabba” dell’87. Con “La condanna” nel 1991 vince l’Orso D’Argento Gran Premio della Giuria al Festival di Berlino. Sul grande schermo, nel 1999 torna ad adattare Luigi Pirandello, con “La balia”. Nel 2002 dirige Sergio Castellitto in “L’ora di religione” con cui vince il Nastro d’Argento e l’anno successivo in “Buongiorno, notte” rievoca la prigionia di Aldo Moro, con protagonisti Maya Sansa e Roberto Herlitzka. Nel 2006 dirige di nuovo Castellitto ne “Il regista di matrimoni”.

Nel 2006 si candida alle elezioni politiche per la Camera dei Deputati, lista della Rosa nel Pugno con radicali e socialisti, snobbando le precedenti posizioni comuniste. Nel 2009 esce “Vincere” con Giovanna Mezzogiorno e Filippo Timi dove racconta la tormentata vita di Ida Dalser, amante di Benito Mussolini e madre di suo figlio Benito Albino, ritenuta malata di mente per i suoi continui ma vani tentativi di vedere riconosciuta la paternità del figlio da parte del Duce. Con questo film il regista vince l’Efebo d’Oro e il David di Donatello come Miglior Regista. Il 4 e il 5 settembre 2010, in diretta tv, Bellocchio dirige l’opera lirica “Rigoletto a Mantova” con Placido Domingo, prodotta dalla RAI e trasmessa in mondovisione in 148 paesi. Nel 2011 gli viene assegnata l’ “Alabarda d’oro” alla carriere per il cinema e anche il premio per la Miglior Regia per il fil “Sorelle Mai”. Il 9 settembre alla 68° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia ha ricevuto il Leone d’oro alla carriera da Bernardo Bertolucci. Nel 2012 presenta in anteprima al Festival di Venezia il filmBella addormentata”, storia ispirata alla vicenda di Eluana Englaro e di suo padre. Il film tratta il tema dell’eutanasia e le difficoltà legislativa in materia di fine vita nel Nostro Paese che ospita, nei suoi confini, la Città del Vaticano centro Mondiale della Chiesa Cattolica. Alla decisione della Giuria del Festival di Venezia, all’esclusione del suo film dal Leone d’Oro, Bellocchio ha criticato pesantemente il presidente Michael Mann e l’operato dell’intera giuria, che accusa di non capire, e quindi penalizzare, i film italiani. Il regista nel 2013 riceve al Bif&st il Premio Mario Monicelli, come il Miglior Film per “Bella Addormentata”.

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