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Marco Pannella è morto: piaccia o no, grazie a lui siamo tutti un pochino meno provinciali

Quando sei piccolo la percezione che hai dei personaggi famosi e dei politici è strettamente correlata alla reazione che gli adulti di casa manifestano quando li vedono passare in tv. Io, quando ero piccola, mi ricordo la faccia di disgusto che mia nonna faceva quando al Tg passavano dei servizi del Pannella in grande spolvero, nel pieno della sua elegante figura, con quei cappotti color cammello e l’immancabile cappello. Così avevo dedotto che Pannella non andasse troppo bene, anche se in realtà quella figura mi pareva ben più elegante – alla vista – di tre quarti dei politici che affollavano la tv sullo sfondo dello scandalo Mani Pulite. Mi pareva una sorta di outsider con un’aura mistica, però a 10 anni non sapevo dire né outsider, né aura, né mistico; quindi tacevo e metabolizzavo.

Poi, con l’adolescenza, ho studiato per bene la storia di Italia: fa figo dire “ero un’adolescente che se ne fregava di tutto e non studiava e si faceva le canne”. Proprio per nulla: ero seria, responsabile, probabilmente noiosa e di certo Pannella a 80 anni era più trasgressivo di me a 17, forse gli avrei fatto pure tristezza. A me la politica non interessava, mi interessava la storia. Ed è stata una mossa intelligente quella di studiare la storia al posto che fare la rappresentante d’istituto. Perché sennò non avrei capito Pannella. Mi sarei limitata a registrare le provocazioni di Pannella, le abili boutade, che tristezza quelli che imitano Pannella senza le idee di Pannella. Che credono che Pannella fosse le sue provocazioni. Invece Pannella, a prescindere dal proprio credo politico, ha un grandissimo merito: quello di aver lottato contro il provincialismo dell’Italia.

Borghesia, borghesia, ma sempre così piccina” con la tua morale spiccia, il segno della croce in classe e quell’arroganza figlia di un orizzonte che non si apre mai. E in tutto questo non c’entrano né la destra né la sinistra bensì la morale: e la morale non è assoluta è relativa. Dire, in un paese come l’Italia, che la morale non corrisponde necessariamente a Gesù e battersi per dei principi quali la libertà di abortire, i diritti dei gay, i diritti dei carcerati – anche se sono stati brutti e cattivi – ha avuto un senso che va oltre la propria morale personale. L’Italia ha un provincialismo che la stritola da sempre: destrutturata nel suo campanilismo regionale. La dimostrazione eclatante di tutto questo è il ritardo clamoroso, accompagnato da polemiche feroci, con cui soltanto da pochissimi giorni abbiamo riconosciuto legalmente dei diritti alle coppie omosessuali. E con quell’aria da “vi abbiamo fatto sta concessione, adesso state buoni e non chiedete più nulla per altri 65 anni“. A me non interessa tessere le lodi di un uomo complesso, discusso e discutibile come Pannella: mi interessa, però, quello che trasversalmente ha fatto per questo Paese. Scuoterlo e pungolarlo, con richieste sacrosante – quasi sempre – tanto sacrosante quanto impensabili per un Paese figlio della Dc e di quel provincialismo che ha generato ben più mostri che rassicurazioni. Però tutti ben nascosti nell’armadio di casa, mi raccomando.

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