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Marco Vannini, Meluzzi a Quarto Grado: «Attività di copertura nei confronti di Antonio Ciontoli»

Famiglia Ciontoli nuovo processo: tiene ancora banco il caso Marco Vannini dopo la sentenza della Cassazione che ha annullato la blanda condanna dell’Appello, che aveva condannato Antonio Ciontoli a soli 5 anni di reclusione e i familiari a 3, per omicidio colposo. Si parla dei nuovi possibili scenari che potrebbero dipanarsi quando saranno depositate le motivazioni della sentenza e disposto un nuovo processo che partirà contestando a tutti e quattro gli imputati l’ipotesi di reato di omicidio volontario e di come si svolsero le indagini dopo la drammatica morte del bagnino 20enne di Cerveteri.

Ciontoli nuovo processo: quale condanna rischia

Il professor Franco Coppi, difensore della famiglia Vannini, intervistato da Quarto Grado in riferimento al colpo di pistola che ha ucciso Marco, ha dichiarato: «Il Ciontoli non può non essersi reso conto della gravità di quello che era accaduto e nel momento in cui per parecchio tempo ha rallentato e addirittura sviato le possibilità di intervento inevitabilmente si è assunto le responsabilità della sua condotta». Ma quanto rischia ora Antonio Ciontoli? Condannato a 14 anni in primo grado per omicidio volontario con dolo eventuale (e da lì si ripartirà nel nuovo processo, visto che quello d’Appello con rispettiva sentenza è stato annullato), poiché sulla misura della pena non c’è stato appello, questo è il limite oltre il quale non si potrebbe andare. Come spiegato durante la puntata di Quarto Grado andata in onda lo scorso 14 febbraio, la massima pena che Antonio Ciontoli rischia è quella di 14 anni di reclusione. A detta del professor Alessandro Meluzzi, opinionista a Quarto Grado, sarebbe stata fino ad oggi palese «l’attività di copertura nei confronti di Ciontoli» e il processo d’Appello bis dovrebbe partire proprio da lì per fare chiarezza in merito.

Il pm del caso Vannini sotto accusa: ha agito con negligenza?

Le indagini sulla morte di Marco Vannini sono state condotte al meglio? Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede nei giorni scorsi ha avviato un provvedimento disciplinare finalizzato a vagliare il modus operandi della pm titolare delle indagini sul caso Vannini, Alessandra D’Amore. L’accusa è pesantissima: avrebbe condotto «indagini superficiali che hanno danneggiato i parenti della vittima». Così il Ministro, che paventa l’ipotesi di imperdonabile superficialità nel condurre le investigazioni nella immediatezza dei fatti – la villetta dei Ciontoli non fu mai posta sotto sequestro e gli stessi poterono rientrarvi già subito dopo il tragico fatto di sangue, né gli ambienti della abitazione furono sottoposti alla ispezione con il Luminol «per evidenziare la presenza di eventuali tracce ematiche sulla scena del crimine» – che potrebbe avere compromesso per sempre la possibilità di fare davvero luce su cosa accadde la sera del 17 maggio 2015 nella villetta dei Ciontoli e, quindi, arrivare ad una verità processuale quanto più possibile aderente ai fatti realmente accaduti. Altro aspetto sotto la lente di ingrandimento è quello relativo al fatto che i carabinieri non sentirono fin da subito tutti i vicini di casa dei Ciontoli, i quali intervistati da Quarto Grado hanno riferito di avere udito, nelle ore successive alla morte di Marco, degli strani rumori provenire dalla casa dei Ciontoli, come di lavori e spostamento di mobili.

La Procura di Civitavecchia rispedisce le accuse al mittente

La Procura di Civitavecchia ha prontamente replicato con una nota ufficiale alle supposizioni avanzate dal Ministro: subito dopo l’omicidio di Marco Vannini, «sono stati effettuati i rilievi necessari per l’accertamento dello stato dei luoghi». Lo ha sottolineato il procuratore di Civitavecchia Andrea Vardaro, «all’indomani della notizia dell’avvio dell’azione disciplinare da parte del ministro Alfonso Bonafede nei confronti del pm che ha condotto l’inchiesta Alessandra D’Amore, a cui sarebbe contestato di aver indagato in maniera superficiale». (Fonte Ansa)