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Mario Cordova, new entry de “Le tre rose di Eva 2”, su UrbanPost: “Il mio personaggio Amedeo conosce un segreto fondamentale della famiglia Taviani”

A settembre ritorna in onda la seconda serie della fiction “Le tre rose di Eva” con nuovi intrighi e misteri. UrbanPost ha intervistato Mario Cordova, new entry della fiction di Canale 5, che interpreta il ruolo di Amedeo, un uomo, come ci rivela lo stesso Cordova, che conosce un importante segreto legato alla famiglia Taviani. le tre rose di eva 2


Fai parte del cast della seconda serie della fiction “Le tre rose di Eva”. Che ruolo avrai?
Chi è Amedeo? Chi è quest’uomo che arriva all’improvviso, che conosce storie, aneddoti così intimi della famiglia Taviani? E’ forse il padre delle tre rose? Non posso ovviamente dire molto, ma Amedeo conosce un segreto fondamentale che verrà svelato solo alla fine della storia e che terrà, speriamo, i telespettatori col fiato sospeso. Amedeo è un medico, ricco e affascinante che, insieme alla sua giovane e splendida moglie Veronica, interpretata da una straordinaria Euridice Axen, ha acquistato la tenuta di Pietrarossa, al cui interno troneggia un inquietante castello. Entrerà con forza nella vita delle tre ragazze e soprattutto in quella di Aurora.

Cosa ti piace di questa fiction?
Quello che mi piace, e credo sia il motivo del successo della serie, è il sapiente mix tra thriller e melò. Amore, romanticismo, misto a suspence, intrighi e misteri. Aggiungete un pizzico di sesso, magari una spruzzata di amore saffico. Sì, c’è anche questo! E il piatto è perfetto per essere portato nelle case degli italiani! Vi assicuro che mi capita molto raramente di leggere una sceneggiatura, restando incollato alla pagina, senza riuscire a smettere di leggere, perché questo mi è successo leggendo “Le tre rose di Eva”.

Sei conosciuto soprattutto come doppiatore. Hai doppiato tanti attori molto famosi: Richard Gere, Michael Douglas, Bruce Willis solo per citarne alcuni. C’è un attore che ti è piaciuto particolarmente doppiare?
Fammi pensare…Beh, Richard Gere mi piace perchè entrare, diciamo così, nel suo corpo, mettere “la sua faccia sopra la mia”, (perchè questo fa un doppiatore, sente di parlare con la bocca dell’attore che doppia, si muove con quelle gambe, quelle braccia, sente il cuore e il cervello del “suo” attore come propri) fare tutto questo, dicevo, mi è facile. Ne conosco, ormai dopo tanti anni che lo doppio, ogni ruga del suo viso, so come respira, come guarderà quella donna, la pausa che farà prima di dire una battuta e così via.
Jeremy Irons mi piace perché è assolutamente difficile doppiarlo.
Jeremy è un attore straordinario, ma il suo modo di dire le battute è molto “british” se mi è concesso il termine. L’ho doppiato tante volte ed era uno straordinario argentino in “La casa degli spiriti”, un perfetto francese in “Butterfly”, un magico americano in “Lolita”, ma il suo modo di parlare rimaneva sempre elegante, armonico, quasi musicale a volte in contraddizione con il suo sguardo. E io non sapevo che fare. Se seguire il suono della sua voce, o parlare con la voce del suo sguardo, che suggeriva altri toni, altre musicalità. Ma c’è un attore a cui sono particolarmente legato: Rowan Atkinson, il famoso Mr. Bean. L’ho doppiato nel film “Quattro matrimoni e un funerale”, dove interpreta un sacerdote imbranato che non ricorda i nomi degli sposi e ogni volta che deve dire “spirito santo” gli scappa un “spiritoso santo”. E’ stato fantastico misurarsi con un personaggio buffo, così diverso dai ruoli romantici che si addicono al mio timbro di voce, così lontano da quello che sono.

Preferisci doppiare o recitare davanti alla telecamera?
Risposta difficile. Ogni forma ha il suo fascino, la sua particolarità. Doppiare è meraviglioso perché alle nove del mattino sei un ricco finanziere con Jeremy Irons, alle tredici un semplice proprietario di uno staordinario cane con Richard Gere e alle sedici e trenta sei Gatto Silvestro. Voglio dire che da un’ora all’altra viaggi da un corpo a un altro, da un continente all’altro, da un’epoca all’altra nel tempo di un “click”. Ma quando fai l’attore a tutto tondo ti trasformi interamente, non sei più tu: un baffo, i capelli impomatati, il vestito giusto ed eccoti negli anni settanta e ora ti chiami Mancuso, boss della mafia. Magicamente non ti muovi più come prima, il gesto è più lento, controllato, lo sguardo fermo e intenso, la tua voce ha inspiegabilmente una timbrica più bassa e il tono è apparantemente più pacato, ma minaccioso. Le parole che ti escono dalla bocca sono storpiate: stai parlando in dialetto. Cosa preferisco? Risposta difficile, peccato sia impossibile fare entrambe le cose contemporaneamente.

Hai recitato, per l’appunto, nella fiction “L’onore e il rispetto 3” nei panni del Padrino Don Tano Mancuso, che alla fine muore. Ti sarebbe piaciuto ritornare anche nella quarta serie de “L’onore e il rispetto”?
Oh sì, tantissimo, al punto che un’idea pazza ha frullato nella mia testa per diverso tempo: ma non possono farmi rinascere? O meglio, non possono inventarsi che Mancuso, che era un gran furbone, aveva un sosia ed è stato il sosia a suicidarsi sparandosi in bocca? Perché no? In fondo anche di Hitler qualcuno crede che non sia morto suicida nel bunker di Berlino e che il corpo ritrovato sia quello di un sosia. Scherzi a parte, se avessi potuto fare un altro anno sarei stato felicissimo. La difficoltà del personaggio, l’aver lavorato accanto a una grande attrice come Giuliana De Sio, lo straordinario rapporto con i registi Alessio Inturri e Luigi Parisi, giovani di enormi capacità professionali e umani. Eperienza indimenticabile.

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