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Matteo Renzi: lo strano caso dell’Italia che accetta i capi, ma non trova un leader

Bisogna dargli atto del tentativo, non che sia semplice, l’Italia è per sua definizione un paese politicamente spaccato da anni di ideologismo aleatorio. Matteo Renzi piace, i suoi discorsi sono ispirati ai grandi Democratici americani del passato, come Kennedy o Roosvelt. In altre occasioni attinge al substrato della filosofia europea, laddove i valori cristiani si uniscono con i pensatori illuministi. Eppure c’è qualcosa tra il dire ed il fare che non convince. Un mare troppo grande per essere riempito da frasi e parole. I fatti sono incontrovertibili. Accettato l’andamento, sempre più liberale, sempre più cosmopolita, lasciamo il porto della socialdemocrazia per completare l’approdo nel misterioso e complicato Oceano made in Usa. Certo, quello di Keynes e dei Post, come Krugman, ma fondato su un tipo diverso di sistema.

Il discorso fatto dal Premier alla direzione Pd ne è un esempio. La logica del “tutto e subito” è troppo stringente per essere ignorata. L’equazione: lavoro = buono, funziona solo laddove il lavoro ha un suo connotato di regole e principi stabiliti, e non nell’ambiguità di confini che si stanno erodendo. L’ironia con cui Renzi getta alle ortiche le illazioni sull’invasione delle multinazionali nella penisola strappa un sorriso. Certo, non bisogna prefigurarsi queste aziende come male assoluto, ma tenere conto dei disastri compiuti nel passato, presente, e magari futuro, non sarebbe così negativo. Una penetrazione, come dimostrano i dati, repentina, quasi incredibile: sestuplicati gli investimenti rispetto al 2013. Un campanello d’allarme deve pur venire. Ok la ripresa, ok il benessere, ok il denaro, ok l’amore, ok perfino Expo, ma chiariamoci: svendere per pochi e sporchi denari non può essere la soluzione. Ciò che rimane oscuro è la visione di lungo periodo. Continuiamo a navigare a vista in un Oceano pericoloso e sempre più alla mercé di fattori che non dipendono da noi. A questo punto potremmo aprire un dibattito su quanto siano ancora funzionali gli Stati nazionali, ma ci dilungheremmo troppo.

L’idea alla base, come già detto, è quella del “poco, ma ora”. Questa logica ha insita la necessità del compromesso, ma non del dialogo. Ed eccoci arrivati al svolta. L’Italia è da sempre alla ricerca del grande leader. Da Mussolini a Berlusconi, passando per la Dc ed arrivando a Renzi (sia ben chiaro, nessuno paragona dal punto di vista umano e politico queste personalità a quella del dittatore), l’italiano cerca un faro nell’incongruenza del suo stesso essere, quasi come non riuscisse a digerire la sua unità. La strategia messa in piedi da questa legislazione è quella del Caterpillar, pronto a schiacciare sotto l’impellenza dell’urgenza qualsiasi voce alternativa. I sondaggi gli danno ragione, almeno fino alle tre grandi prove: Referendum trivelle, Amministrative, Referendum Costituzionale. Solo allora capiremmo se ci sia una data di scadenza appesa a Palazzo Chigi.

Ma tornando al discorso e chiudendolo: ci troviamo davanti al classico caso di Boss. C’è un capo, ha un nome ed un cognome, ha un piano ed ha una fiducia ancora solida, ma destinata a fallire, come quella di tutti i Boss. Il rischio più grande è la delegittimazione. Una delegittimazione che colpisce tutti gli altri poteri. Occhio ai cavalli di Troia. Ed ecco che il caso dei Magistrati in colloquio con la Boschi diventa “un’umiliazione per la politica”, i dissidenti del Partito sono quasi dei traditori e le opposizioni sono dei gufi. Ma se i nomi passano, i ricordi no, ed un caso di delegittimazione è per sempre. Accettato ciò, saremo tutti più felici.

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