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Mauro Ermanno Giovanardi, intervista: la Targa Tenco, Carlo Conti, l’eros e Calvino

Quattro Targhe Tenco – l’ultima appena assegnata per il disco “Il mio stile” – un passato nei La Crus, anni di militanza in quel sottosuolo brulicante che fu lo scenario italiano musicale degli anni Novanta. Collaborazioni e sperimentazioni in gran numero culminate, per il grande pubblico, in quella che è la versione più erotica della già elegantemente spinta “Pensiero stupendo”, al fianco di Manuel Agnelli e  Patty Pravo. Mauro Ermanno Giovanardi è questo, in estrema sintesi,  in bilico, con una certa integrità, tra underground e successi di pubblico quali la bella “Io confesso“: uno dei momenti più alti della canzone d’amore d’autore passata sul palco dell’Ariston degli ultimi dieci anni, almeno.

Lo raggiungo telefonicamente e scopro una voce gioviale, una persona che ha voglia di raccontarsi; insomma ne esce una chiacchierata veramente piacevole con delle chicche che partono dal pre La Crus e arrivano fino al Sanremo di Conti.

“Il Mio Stile” ha vinto la targa Tenco, senti familiarità con Tenco musicista e uomo?

Per me è stato un spartiacque, ho passato gli anni Ottanta ascoltando roba inglese e americana dai Joy division a Nick Cave, finché la madre della mia fidanzata del periodo mi disse “Sai che hai un modo di cantare triste come Tenco, dovresti ascoltarlo”, per me fu un colpo di fulmine. La nostra generazione era cresciuta convinta che l’italietta musicale fosse solo sanremo in playback, quando sentì per la prima volta “Il vino”, che meraviglia, nemmeno Waits aveva scritto una sintesi tanto potente sull’alcol. Ed è lì che è nata l’idea di poter cantare in italiano. La scrittura di Tenco è stata proto punk, rivoluzionaria davvero. Penso sempre che “Vedrai vedrai” sia la cosa più potente in italiano.

Col Tenco ho un debito grosso, ne ho vinte quattro di targhe, ma questa è la più importante. Nel ’93 Davide Sapienza mi chiese di fare un pezzo di Ciampi al Tenco, eravamo io Cesare, Manuel (degli Afterhours) il batterista dei Carnival of Fools, cattivissimo musicalmente, e un trombettista che poi s’è perso. Facemmo questa versione molto rock di Ciampi che piacque moltissimo per la declinazione rock che eravamo riusciti a dare a un autore sacro. L’anno successivo ci invitarono come scoperta del Tenco senza un disco fuori e ci è capitato come nei film: abbiamo fatto tre pezzi e scesi dal palco avevamo un contratto con Mescal, che nasceva in quei giorni, e mezz’ora dopo con la Warner. Al Tenco sono inevitabilmente legatissimo. 

La tua voce, e tu lo sai, è connotata da questa intrinseca sensualità. In questo disco mi pare che giochi particolarmente con l’eros, molto ludica come cosa, sbaglio?

No, non sbagli. io ci gioco perché il mio terrore è quello di apparire troppo serioso. Mi piace, fa parte della scuola dei crooner e poi l’ho sviluppata a mio modo, questa peculiarità. Viene fuori per sdrammatizzare certe parole. Sto cercano di approcciare la canzone d’amore come un pretesto drammaturgico per dire altro. Inconsciamente viene fuori per non far sì che certe parole risultino troppo pesanti, sono serie ma dette con il sorriso funzionano di più.

Ascoltando il tuo disco ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte ad un uomo che stesse vivendo un processo di innamoramento ma che riuscisse a restituirlo con poesia, senza ovvietà.

Nasce dal fatto che mi piace usare la canzone d’amore come stratagemma drammaturgico piuttosto che la canzone sociale che è sempre molto a rischio retorica. Partendo e parlando del quotidiano, mi ispira molto Calvino e la sua “leggerezza pensosa”, ecco rimodulo secondo quella chiave per far convivere il quotidiano con la poesia. E’ uno sforzo che ho iniziato già dopo i primi due dischi dei La Crus, zeppi di scrittura ermetica e quello rischia di diventare una scorciatoia. 

Passiamo a un grande classico: Sanremo. Afterhours, Subsonica, La Sintesi, Bluvertigo e anche La Crus: non soltanto canzonette ma anche gruppi di differente spessore sono passati da lì. I La Crus con “Io confesso” avevano avuto un gran successo. Questo disco poteva essere un nido ideale per il tuo lavoro solista, alcune canzoni come “Nel centro di Milano” con le sue atmosfere vintage e nebbiose avrebbero avuto, a mio parere, una calda accoglienza. Perché non ci hai pensato?

Guarda, quest’anno non ci ho pensato perché sarebbe stato tempo perso con Carlo Conti. L’anno scorso ho presentato 4 brani di questo disco ma non era interessato a nulla (ironizza, perché percepisce che io resto spiazzata) si vede che sono un cantautore troppo impegnato per Carlo Conti.

Si ringraziano Mauro Ermanno Giovanardi e a Silvia Valderrama

 

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