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Messina botte a scuola, intervista alla mamma di un bambino maltrattato: “Mio figlio vive un inferno”

Messina: un’insegnante 57enne sotto accusa e sospesa dal servizio per un anno. Due sue colleghe, di 47 e 40 anni, per 6 mesi, ree di non aver denunciato quanto visto con i loro occhi. L’accusa è terribile, sconvolgente: maltrattamenti, insulti di ogni sorta, botte e calci agli alunni, tutti bambini di età tra i 6 e gli 8 anni. A documentare l’orrore i video delle telecamere piazzate dalla Polizia di Sant’Agata Militello nelle aule scolastiche dopo la denuncia di alcuni genitori.

Ciò che emerge di ora in ora dall’inchiesta lascia basiti, inorriditi, per un motivo in particolare: le vessazioni ai bambini sarebbero state segnalate da alcune mamme già molti anni fa ma nessuna misura disciplinare nei confronti della insegnante di matematica sotto accusa sarebbe mai stata presa da parte del dirigente scolastico. Solo blandi ammonimenti che non avrebbero sortito alcun effetto.

A raccontare l’orrore subito dai giovani scolari una mamma, ancora sotto shock per quanto documentato dalle immagini delle telecamere che da due giorni stanno facendo il giro del web e delle tv. UrbanPost ha raccolto la sua testimonianza diretta, mettendo nero su bianco la terribile esperienza vissuta da questi bambini e dalle rispettive famiglie, affinché soprusi di tal genere non avvengano più a danno di vittime innocenti, e tanto meno nelle aule di una scuola. La testimone ci ha chiesto di rimanere anonima e noi rispettiamo, ovviamente, questa volontà.

“Mio figlio è stato toccato dalla vicenda molti anni fa, questa storia andava avanti da tanto tempo ed è venuta alla luce grazie al coraggio di un bimbo, una povera vittima: è andato a casa e ha detto: ‘mamma, papà, non è giusto, voi dovete dire qualcosa’ …”, così sarebbe partita l’inchiesta della polizia nei mesi scorsi. Prima di allora solo sospetti, orribili intuizioni ma nessuna prova tangibile né denuncia alle forze dell’ordine che desse input ad indagini approfondite sulla insegnante 57enne.

“Ho avuto il sentore subito: mio figlio era felice e vivace, amava andare a scuola, poi a un certo punto si è spento. Basta guardare i suoi quaderni (li ho anche fatti vedere a diversi specialisti) lì sono le prove … Sono andata così tante volte a parlare dal preside, mi veniva risposto che avrebbero provveduto. Poi tutto tornava solo apparentemente alla normalità, lei si conteneva poi tutto ricominciava …”ci ha riferito la mamma di un bambino vittima di maltrattamenti nella scuola-lager di Reitano, piccola frazione di Messina – “Poi lei ha trovato le complici che concordavano con la sua linea dura: ‘Lei è rigorosa, è il suo tono di voce’, dicevano. Aveva lei la responsabilità del plesso, si sentiva intoccabile”.

“Come ha fatto ad accorgersi che suo figlio veniva picchiato e insultato a scuola? Lui le ha mai raccontato qualcosa?”, le abbiamo chiesto, “Purtroppo no” – ci ha risposto – “Quando gli ho detto ‘Perché non mi raccontavi cosa accadeva a scuola?’ lui mi ha risposto: ‘Mamma, non parlavo perché mi ‘scantavo’ (‘mi spaventavo’ ndr) ma tu lo sai che significava?”. La testimone ci ha poi riferito un aneddoto molto significativo, in quanto prova lampante del fatto che in tanti sapessero dei metodi non ortodossi della docente nei confronti degli alunni.

“Negli ultimi 3-4 anni c’è stata una escalation di violenza. Mentre c’erano dei lavori di ristrutturazione nei plessi scolastici, un giorno un capo squadra si è recato a scuola ed ha esclamato “Posso sapere chi è che grida? Vada e dica a quell’insegnante che non sa fare il suo mestiere. Le dica che non si urla in maniera così disumana e per tutta la giornata!”. Vessazioni e offese personali, minacce, percosse inflitte ripetutamente ai bambini, questo dicono le testimonianze: “Mamma ho tanto mal di testa”, si lamentavano i piccoli al rientro da scuola. “Poi mi sono fatta forza e ho deciso: io denuncio”, ci ha confidato la mamma di uno di loro, “Tutti sapevano. La richiamavano e lei si conteneva. A mio figlio diceva ‘Sei un ritardato, un incapace, fallito. Non farai mai niente nella vita! Le legnate che non ti dà tua mamma te le dò io”. ‘Se tu mi fai studiare la matematica, mamma, mi odi’, mi dice adesso mio figlio, terrorizzato”.

L’insegnante a colloquio con i genitori avrebbe finto serenità: “I bambini erano ben istruiti, intimiditi e minacciati: ‘La verità non deve uscire da qui!’, diceva loro”. Un altro particolare della sua testimonianza ci ha colpito, e la dice lunga sul clima di terrore che ancora paralizza emotivamente e psicologicamente questi poveri ragazzini: “I bimbi rivedendosi in tv nelle immagini diffuse dalla polizia che filmano le percosse subite, negano di essere loro. ‘Mamma quello non sono io’, dicono. Provano un senso di vergogna e paura per quello che hanno vissuto”.

“Noi pretendiamo almeno come risarcimento uno specialista che aiuti i nostri figli a rimuovere il ricordo di questo incubo, a superare il trauma che hanno vissuto” – ha detto la nostra testimone – “Ringraziamo una bidella che è sempre stata dalla parte dei bambini, ed ha pianto con noi. È stata un raggio di sole per noi genitori, ci ha dato conforto”. “I nostri figli non dormono la notte, piangono immotivatamente, hanno paura del buio … Sa qual è la mia paura?”, ci ha confidato, “che la faranno andare in prepensionamento e non pagherà per ciò che ha fatto. Vogliamo dimenticare. Il provveditore ci ha pregato di non togliere i bimbi da scuola: mai. La scuola è nostra e ce la stiamo riprendendo. Ci stiamo riprendendo il diritto a un’istruzione serena e costruttiva. Perché è il diritto di tutti i bambini e i genitori. Io credo nella scuola, nonostante ora mi costi tanto dirlo”.

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