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Micheal Cimino è morto a 77 anni: il più europeo dei registi americani ha smesso di espiare

Gli studios non l’hanno mai perdonato: quel budget faraonico messo a disposizione del regista Micheal Cimino per I cancelli del cielo e il tonfo economico al botteghino che ne è derivato l’hanno catapultato fra gli outsider. Lui che con Il Cacciatore vinse nel 1978 ben 5 Oscar suggellando quella che rimane una delle interpretazioni più alte di Robert De Niro. L’anno dopo Micheal Cimino poteva chiedere ciò che voleva e sarebbe stato accontentato dalle case di produzione: girò I cancelli del cielo, film amatissimo dalla critica al punto da diventare una sorta di feticcio intellettuale per cinefili ma che mandò quasi in rovina la major che l’aveva prodotto.

Da allora inizia l’esilio, si sa che Hollywood tutto offre e tutto toglie a seconda del denaro che riesci a macinare. Cimino faceva parte dei registi della controcultura, coloro che – al posto che santificare il sogno americano – ne mostravano il volto aggressivo, violento e le conseguenze tragiche sui suoi figli. L’America ti perdona anche quello, se riempi le sale, ma se non succede del tuo talento “d’autore” non sa che farsene. Non a caso l’ultimo omaggio a questo fuoriclasse visionario l’ha tributa l’Europa con il Pardo d’onore a Locarno nel 2015 ed è stato proprio il direttore del Festival di Cannes, Thierry Fremaux, a rendere nota la morte del regista.

Nato a New York il 3 febbraio 1939 da una famiglia di immigrati siciliani Cimino sente subito il richiamo dell’arte; la pittura è il suo primo amore che coltiverà per tutta la vita trovando molte gallerie interessate ai suoi lavori. Gli tocca il Vietnam come soldato, un inferno dal quale riesce a tornare a casa profondamente segnato e cambiato. Ed è proprio da questa esperienza che prendono forma le sue opere cinematografiche che denunciano lo stupido tonfo sordo della guerra. Stupido come quella roulette russa de Il cacciatore entrata a pieno titolo fra le scene memorabili del cinema statunitense. Cimino è morto in seguito a una lunga malattia e ad un ancor più lungo esilio.

 

 

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