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Il Minotauro Cieco: storia e libertà intellettuale nel libro di Francesca Romana Mormile [RECENSIONE]

Spetta al nonno il compito di educare Ninnì, una bambina che ha vissuto inconsciamente gli anni delle deportazioni nei campi di concentramento. Il Minotauro Cieco è il ricordo senza filtri di una storia antica, ma più che mai attuale. Francesca Romana Mormile racconta gli anni delle leggi razziali, dei “commenti della radio, degli articoli dei giornali che” – a quel tempo – “bombardavano la popolazione mettendola in guardia contro un pericolo inesistente”.

“Nacqui nel 1938 a pochi mesi della pubblicazione del Manifesto della Razza redatto da luminari della patologia, della psichiatria e altri esimi nomi dell’ottusità nazionale”: il passaggio che introduce la figura di Ninnì riassume in poche parole l’atmosfera pesante che a quei tempi si respirava in Europa. Il 1938  fu l’inizio della fine, soprattutto quando vennero pubblicate le leggi razziali. Ninnì era solo una bambina che, con la sua ingenuità, non poteva sicuramente capire la portata dei gesti, delle privazioni, dalla censura alla revoca delle licenze per i negozianti, e delle conseguenze che avrebbero avuto anche su di lei. Al suo fianco, c’è sempre stato il nonno, una persona che, al contrario, con l’esperienza, la cultura e la gentilezza che gli appartenevano, ha saputo trasmettere alla nipote valori fondamentali che stanno alla base di un’apertura mentale che demonizza qualunque tipo di pregiudizio.

Ad oggi, tutti sanno cosa accadeva realmente tra le mura di quelle gabbie. La conoscenza dei fatti, nonché il bisogno di negare un’evidenza difficile da digerire, è proprio questo un altro punto importante toccato dall’autrice de Il Minotauro Cieco:era come se un’oscurità irrisolvibile fosse scesa per impedire alle persone di vedere e di sentire, per cui gli stessi ai quali giungeva una voce finivano per rimuoverla o darle un’altra chiave di lettura che non chiudesse le porte della speranza“.

“Il resto è storia, tristemente vera”.

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