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Monte Amir Naderi recensione film, abbattere la montagna per ritrovare la luce della vita

Amir Naderi non ha bisogno di presentazioni: il regista iraniano, presente alla 73esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia con Monte, film fuori concorso, ha ricevuto i meritati consensi per il suo primo lungometraggio italiano. Il regista iraniano, per l’occasione, ha voluto dedicare ampio spazio alla nostra nazione: cinematograficamente ne è sempre stato affascinato.  “Certo, non quello di oggi – ha dichiarato ai microfoni di UrbanPost nel corso di una lunga intervista – ma il cinema degli anni ’70 l’ho insegnato anche all’Università.” Monte ti trascina e ti travolge, forse annoia per larghi tratti, ma vale la pena restare seduti in sala per assistere a un finale ricco di speranza. Non sarà una pellicola che in Italia troverà grande successo nelle sale cinematografiche e in termini di botteghini: ne è consapevole lo stesso Naderi, così come i due protagonisti di questo lungometraggio, quali Andrea Sartoretti e Claudia Potenza. Hanno vissuto un anno lungo i versanti delle Dolomiti, mettendo anima e corpo in un progetto apprezzato a Venezia 73.

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È un film dalla forte impronta filosofica: l’uomo e la montagna da scalare, da abbattere affinché possa vedere la luce. I versati delle Dolomiti in questa pellicola rappresentano gli ostacoli: la malattia, il lutto, l’assenza di una persona da colmare. Monte porta in scena la continua lotta dell’uomo con sé stesso, i suoi tormenti e le sue paure, ma al contempo la voglia di non arrendersi. Naderi dà vita a un connubio tra uomo e natura: Agostino non vuole abbandonare la terra dove è nato, vuole cercare di aprire gli orizzonti, dare uno spiraglio di luce che possa infondere speranza in un popolo oramai sfaldato. Quella zona di terra medievale ha vita solo per lui e la sua Nina, una moglie dal carattere forte: vorrebbe andar via, fuggire, trovare salvezza per il suo unico figlio rimasto in vita. Il personaggio interpretato dall’ottima Claudia Potenza trafigge lo spettatore: pur di stare al fianco del marito è disposto a seguirlo, per oltre quindici anni, in una zona di montagna priva di viveri. E al contempo, la dolce Nina è una mamma alle prese con il lutto: Monte si apre con una lunga scena del rituale funebre tipico del posto; la guardia notturna alla sepoltura, da parte della giovane madre, è a tratti commovente, proprio come la sua lotta contro i lupi attratti dall’odore di “carne umana”.

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Il suo significato profondo, però, cozza irrimediabilmente con la qualità – a tratti mediocre – della sceneggiatura: l’assenza di dialoghi fa scemare l’attenzione di chi assiste in sala e per colmare questo vuoto non possono bastare solo gli sguardi dei due attori protagonisti.

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