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Moonlight recensione: Barry Jenkins e lo struggimento in tre atti

Tormento, silenzio, vertiginosa nostalgia. Queste le cifre emotive del capolavoro di Barry Jenkins che consegna alla storia una pellicola che si è aggiudicata ben tre premi Oscar: miglior film, miglior attore non protagonista e migliore sceneggiatura non originale. Moonlight ci presenta tre figure: Piccolo, Chiron e Black, apparentemente la stessa persona, questi tre personaggi non lo sono affatto, ma hanno semmai in comune solamente i sentimenti, che siano di strazio o di amore. Sulla scia dell’opera teatrale da cui è tratta la pellicola, In Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell Alvin McCraney, Jenkins decide di dividere la sua opera in tre fasi, ciascuna ben definita dalla storia del suo protagonista che, come si è detto è sempre lo stesso per non esserlo mai.

In breve la sinossi: ci troviamo a Liberty City, qui cresce un bambino afroamericano di nome Piccolo, alle prese con una madre tossicodipendente che non gli presta la benché minima attenzione. Il giovane si lega ad una coppia, Juan e Teresa, che saranno per lui un’ancora di salvezza e delle figure di riferimento. Con lui troviamo anche Kevin, amico d’infanzia, unica presenza di conforto in mezzo ai tanti atti di bullismo che gli riservano i compagni di scuola. Si apre un secondo capitolo in cui vediamo Piccolo trasformatosi in Chiron, adolescente silenzioso, alle prese con le angherie dei compagni e con la scoperta della propria omosessualità. Figure fisse nella sua vita restano la madre, Teresa (Juan è morto) e Kevin, ora diventato un amore puberale. Il capitolo conclusivo ci presenta l’ultima trasformazione, scopriamo ora un adulto, Black, così cambiato da suscitare in Kevin la domanda: “Ma tu chi sei?“. Piccolo-Chiron è diventato un muscolosissimo spacciatore, ma nella sua vita ruotano ancora le presenze di sempre, l’amore per Kevin riaffiora dopo anni, la madre lo tormenta negli incubi e lo strugge nella vita diurna, Teresa rimane una figura silenziosa, ma costante.

Si tratta della storia decostruita e ricostruita di una vita che non riesce a darsi pace per le proprie mancanze. Si parte dai classici cliché (un ragazzo che non riesce ad uscire dal tunnel marcio nel quale è nato e la negazione dell’omosessualità in una Miami machista) per sviluppare molto di più e decostruire ogni preconcetto completamente. Piccolo – Chiron -Black è fondamentalmente un risentito, vive nel dolore di ciò che avrebbe voluto e non ha: una famiglia per bene, un amore leale, degli amici veri, ma non trovando nulla di tutto ciò nella sua vita tenta in ogni modo di dare un taglio netto al suo legame con la realtà chiudendosi nel silenzio e dirottando su uno stile di vita che non sente suo. In questo contesto si inserisce anche il tema dell’omosessualità: l’unico uomo della vita del nostro protagonista è Kevin, come ammette lui stesso lui “è l’unico uomo che lo abbia mai toccato“, proprio perché in nessun’altra occasione ha avuto la possibilità di creare un rapporto autentico con l’aspetto più intimo della vita: la sessualità. Il turbine di emozioni e pulsioni contrastanti vissuto dal protagonista non trova però la sua demarcazione negli attori, ma piuttosto nella regia. A fronte di un’ottima recitazione di Alex Hibbert (Piccolo alias Chiron bambino), di Mahershala Ali (Juan) e di Naomie Harris (Paula), è la regia a fare davvero breccia nello spettatore. Barry Jenkins riesce a generare le sfumature emotive che rendono questo film una perla drammatica: la macchina da presa segue spesso e volentieri il pov dei protagonisti con un sapiente utilizzo dell’arc shot nelle scene di forte tensione, e del dolly zoom nei pochi, brevi momenti privati di Chiron (con Juan e Kevin), citando, in alcune scene, alcuni dei più azzeccati momenti della storia del cinema (la madre di Kevin apparsa in sogno che fa da eco alla Laura Dern di Inland Empire). Un film dal forte impatto emotivo su tutti i fronti e prodotto dalle mani esperte di chi riesce a regalare il giusto climax di pena che tanto si addice a questo dramma. Unica pecca la recitazione di Trevante Rhodes, che non riesce ad incastrarsi nel personaggio di Chiron adulto tanto quanto i suoi colleghi, Ashton Sanders e Alex Hibbert.

Moonlight

Naomie Harris in una scena di Moonlight

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