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Morte Marco Vannini: Martina Ciontoli intercettata, contraddizioni e dubbi

Morte Marco Vabìnnini news: non si placano le polemiche per la sentenza d’Appello che ha drasticamente ridotto a soli 5 anni la pena per Antonio Ciontoli, non più accusato di omicidio volontario ai danni del fidanzato della figlia Martina, poiché il reato è stato derubricato a ‘omicidio colposo’. Il programma Quarto Grado è tornato sull’argomento, puntando i riflettori su una figura di cui finora si è parlato poco: il cognato di Ciontoli, un luogotenente della Guardia di Finanza presente già nel corso dei primi interrogatori fatti agli indagati durante le indagini preliminari. Durante la trasmissione è emerso che proprio a lui Maria Pezzillo, moglie di Antonio Ciontoli, si rivolse subito dopo il decesso di Marco, al fine di chiedergli un aiuto per contattare un avvocato che li potesse seguire. Ci sarebbe stato anche il luogotenente, in Caserma a Civitavecchia, il giorno successivo alla morte di Marco.

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Il cognato di Ciontoli: che ruolo ha avuto in questa vicenda?

“I Ciontoli” – come è emerso durante il servizio giornalistico – nel servizio – “lo chiamarono spesso”. Il 22 maggio (Marco morì la notte del 18) “quando Ciontoli lo chiama per sapere se per quella cosa può chiedere a un tale Andrea (Miroli ndr). In una intercettazione Ciontoli avrebbe contattato il cognato, che arrivò da Caserta per aiutarlo, per informarlo che l’avvocato avrebbe voluto parlare con lui per esporgli la strategia difensiva che aveva trovato. Il cognato avrebbe quindi consigliato ad Antonio Ciontoli di non parlare al telefono ma solo di persona. Evidentemente, s’intuisce, per evitare di essere intercettati.

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Martina Ciontoli intercettata: contraddizioni e dubbi

A Quarto Grado si è poi parlato delle intercettazioni ambientali a Martina, fidanzata del povero Marco. La ragazza il giorno dopo il decesso di Marco venne intercettata in Caserma a Civitavecchia, mentre mimava lo sparo. Elemento che proverebbe il fatto che lei a quello sparo avrebbe assistito, contrariamente a quanto poi asserì in sede processuale. Raccontà anche dell’ogiva, sporgente ed evidente, nel corpo di Marco. Versione dei fatti che la giovane negò già durante il suo primo interrogatorio, affermando di aver raccontato solo quello che gli era stato detto dal padre sulla dinamica dello sparo e dal comandante dei Carabinieri della Stazione di Ladispoli. Quest’ultimo al processo ha negato di avere mai dato quelle informazioni all’imputata. Il testeprecisò di non aver fatto alcun tipo di confidenza a Martina: “Non era una cosa che io sapevo”.  Le contraddizioni emerse in relazione alle due versioni dei fatti fornite da Martina Ciontoli hanno sollevato non pochi dubbi. Se infatti – come la ragazza ha detto a processo – non ha assistito allo sparo, com’è possibile che sia riuscita a descrivere l’ogiva se la presenza del proiettile è stata appurata solo con l’autopsia?

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