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‘Ndrangheta, malapianta feroce: se persino il padre è disposto ad uccidere il figlio “pentito”

Se mai ne avessimo avuto bisogno, l’ultima operazione contro la ‘ndrangheta portata a termine dalla Dda di Torino oggi, ci ha ricordato la ferocia dell’organizzazione criminale più potente al mondo. “Se lui si è dissociato da noi, dalla mia famiglia e dalla tua, ma io lo ammazzo…”. A pronunciare queste parole è il padre di Domenico Agresta, il collaboratore di giustizia grazie alle cui rivelazioni i magistrati hanno potuto sferrare un nuovo duro colpo alle cosche infiltrate nell’hinterland di Torino, arrestando 55 persone. Sì avete letto bene il padre minaccia di morte il figlio, perché diventato “infame”, un traditore insomma, da eliminare anche se “sangue del proprio sangue”.

E proprio i legami di sangue sono alla base della forza della ‘ndrangheta, tra le cui fila i pentiti sono molto pochi, anche se spesso decisivi. Domenico Agresta, ora trentenne, è in carcere da quando aveva 20 anni per omicidio. La sua famiglia è considerata dagli inquirenti tra le più influenti della intera ‘ndrangheta. Originari di Platì, dove il capostipite Pasquale (bisnonno di Domenico) fu tra i fondatori dell’onorata società nel centro aspromontano, gli Agresta si trasferirono al nord con il soggiorno obbligato, tra Corsico, Buccinasco (Milano) e Volpiano (Torino). Ed è proprio nell’hinterland torinese che gli Agresta, legati da vincoli di parentela con altre famiglie della ‘ndrangheta di Platì quali i Marando, i Trimboli e i Papalia, hanno costituito una cosca potente, già in parte colpita dalla prima grande indagine della Dda di Torino, la “Minotauro” del 2008. Proprio in quell’occasione emerse l’affiliazione del giovane Domenico Agresta (nella foto sotto), poi “promosso” in carcere fino al grado di “padrino”, sia per la sua appartenenza familiare (il nonno, Domenico come lui, è stato “responsabile” del Piemonte nell’organigramma delle ‘ndrine, lo zio Pasquale Marando, ucciso nel 2001 in una faida, è stato tra i maggiori trafficanti di droga della ‘ndrangheta), sia per aver commesso un omicidio. E grazie al suo grado Domenico ha potuto raccogliere numerose informazioni sulle dinamiche criminali della sua zona di appartenenza, il Piemonte. E una volta pentitosi, nel 2016, ha iniziato a parlare.

Secondo quanto si legge sull’ordinanza del gip che ha portato all’odierna operazione “Cerbero”  nel dialogo i genitori del collaboratore di giustizia Domenico Agresta “si interrogavano sul motivo della convocazione, che aveva proprio la finalità di annunciare ai familiari del pentito l’ingresso di quest’ultimo nel programma di protezione. E’ importante sottolineare come il padre, membro apicale dell’organizzazione delinquenziale in esame – scrive il gip nell’ordinanza – si domandava quali circostanze il figlio Domenico avrebbe potuto rivelare agli investigatori tenuto canto del lungo periodo di detenzione sofferto. In ossequio ai tipici codici mafiosi in cui lo scioglimento del vincolo associativo e la collaborazione con la giustizia è sanzionata con l’eliminazione fisica del traditore, ipotizzava di uccidere il figlio, con ciò rivelando che quest’ultimo era un attuale membro del gruppo criminale di stampo mafioso”.

Insomma, se cadi in disgrazia nella ‘ndrangheta nulla ti può salvare, nemmeno la tua stessa famiglia. Anzi, è pronta a sacrificarti “per dare l’esempio” e probabilmente per salvare l’onore.

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