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‘Ndrangheta: storia di un picciotto mancato [SPECIALE MAFIE]

Antonio oggi ha 49 anni, un lavoro nel pubblico, una moglie e due figli e una vita diciamo tranquilla. Sono passati ormai trent’anni da quando ha dovuto abbandonare il suo paese di origine, Laureana di Borrello, un piccolo centro della provincia di Reggio Calabria abbarbicato sopra la Piana di Gioia Tauro: terra dove la ‘ndrangheta si respira già nell’aria, anche se a leggere le cronache di oggi sembrerebbe non esistere.

Antonio è uno dei pochi “picciotti mancati”, cioè quei ragazzi che grazie all’aiuto delle persone loro vicine sono riusciti a sfuggire alle spire della “Santa”, uno degli appellativi con cui studiosi e osservatori chiamano la mafia calabrese. Picciotti mancati, perché già vicini al “taglio della coda”, cioè l’affiliazione alla cosca, sono stati strappati di forza da quel contesto che quasi ineluttabilmente finisce per inglobarli.

La ‘ndrangheta come progetto di vita – seppur criminale – in alternativa a quello che nella storia di questa terra è venuto a mancare per decine di buoni motivi: le condizioni socio-economiche precarie di troppe famiglie, la lontananza dello Stato, l’arretratezza culturale di molti, troppi esponenti delle istituzioni.

Laureana di Borrello, quella non criminale, alla fine degli anni ’70 è un paese di vecchi e giovanissimi: i quarantenni sono quasi tutti emigrati altrove a cercar fortuna o comunque non li vedi mai in paese, troppo impegnati a sbarcare il lunario per pensare a cosa fanno i figli il pomeriggio, dopo la scuola. Antonio è uno di quelli che a scuola ci va, ma il pomeriggio, finiti i compiti, scorazzando per il paese in bici e a piedi s’incontrano “i grandi”, quelli che non se ne sono andati. Quelli che non se ne sono andati e non hanno un’occupazione, non si sa bene cosa facciano per campare: li puoi trovare al bar centrale o in giro per le strade del paese su auto o moto potenti, ma difficilmente li vedi impegnati in qualche attività lavorativa.

Antonio, come decine di suoi coetanei quindicenni, subisce il fascino dei piccoli boss di paese, certamente non sapendo nulla del mondo segreto nascosto dietro le loro Honda 400 o le loro Alfetta nuove di zecca: un mondo di attività criminali, di violenza e sopraffazione, rituali e morte. E’ più facile pensare alle loro facce sorridenti, alla bibita offerta al solito bar, al giro in moto in cambio del favore… “inchiana ‘ndi Mico e portaci questo”, e via con un pizzino in tasca, senza sapere di esser latore di messaggi criminali.

Antonio non sa nulla, ma presto scopre che nel suo paese, apparentemente calmo come la Betlemme del presepe, il sangue può scorrere a fiumi. E’ l’inizio della guerra che vede contrapposte due ‘ndrine, quella degli Albanese, alleati con i  Cutellé e i Tassone, e quella dei Chindamo-Lamari-D’Agostino. Laureana è troppo piccola per due cosche potenti: per il controllo del territorio scendono in campo anche i potentissimi boss della Piana, di Rosarno e di Gioia Tauro e quelli del vicino Vibonese.

E’ ormai storia, riportata anche nei tanti saggi sulla ‘ndrangheta pubblicati in Italia come Fratelli di sangue, scritto a quattro mani dal magistrato anti ‘ndrangheta Nicola Gratteri e dallo studioso Antonio Nicaso, ma c’interessa raccontarla almeno in parte, perché Antonio ci finisce nel bel mezzo e la sua vita cambia di colpo. Dicevamo, la faida. Le faide di ‘ndrangheta non finiscono mai, non almeno finché uno dei contendenti non viene completamente annientato. Possono restare sopite per anni, come in parte è accaduto a quella di Laureana, ma poi riesplodono all’improvviso, come vulcani addormentati.

La faida di Laureana è segnata da un mancato omicidio: il presunto boss di uno dei due schieramenti contrapposti, finisce a terra crivellato di colpi in pieno centro paese. Intervengono i Carabinieri, ma i due militi non possono abbandonare la ricerca dei sicari per accompagnare il moribondo in ospedale. Allora suonano al primo portone che trovano nei pressi dell’agguato, quello della famiglia di Antonio.

Antonio, che ha preso la patente da pochi mesi, è in casa ma è sotto la doccia e non ha sentito praticamente nulla dell’agguato: i killer hanno usato armi con il silenziatore. Si trova di fronte i due militi che sorreggono un moribondo, la camicia piena di sangue ma gli occhi ancora fieri, che lo fissano intensamente: Antonio ha già capito che non può rifiutare l’incarico che sta per essergli affidato.

Prende la macchina, carica il moribondo sul sedile posteriore e si avvia rapidamente verso l’ospedale di Polistena: i militi lo scortano fino alla strada provinciale, ma procedono troppo lentamente… la paura di essere preso di mira dai killer sicuramente ancora nei paraggi fa decidere ad Antonio di schiacciare a tavoletta e raggiungere velocemente il pronto soccorso.

Il boss ce la farà e resterà uno dei protagonisti dello scontro, proseguito fino a pochi anni fa, una delle faide di ‘ndrangheta più sanguinose e violente, con oltre 30 vittime e omicidi efferati come quello della piccola Marcella, di soli 10 anni, che pagò con la vita il fatto di avere un fratello presunto ‘ndranghetista.

Per quel gesto, quel salvataggio obbligato dall’umana pietà, Antonio diventa quindi un bersaglio della cosca avversaria. Deve pagare lo “sgarro”, per aver salvato la vita a un uomo già condannato. Le settimane successive sono un inferno per lui e la sua famiglia, Antonio non vuole più uscire di casa, di lavorare nell’impresa di famiglia non se ne parla nemmeno, non mangia quasi più.

Finché un giorno il padre di Antonio trova il coraggio di bussare a una delle porte che contano. Parla e dice chiaramente che è disposto a rinunciare a tutto, pur di salvare il figlio. Antonio parte e lascia per sempre il suo paese, anche lui vittima di mafia, ma vivo. Oggi, un velo di tristezza cala sui suoi occhi quando ricorda quel giorno in cui ebbe la vita salva grazie all’intervento del padre e a chissà quale miracolo della Provvidenza. Lui, giovane affascinato dai piccoli boss di paese, si sarebbe poi costruito una salda reputazione di nemico di ogni sopraffazione, di ogni abuso, a costo di farsi altri (nuovi) nemici.

(foto: Shutterstock / Luka TDB)

Written by Andrea Monaci

49 anni, è direttore editoriale di Urbanpost.it fin dalla sua fondazione nel 2012. Ha iniziato la sua carriera nel 1996, si è occupato principalmente di lavoro, criminalità organizzata e politica. Ha scritto per "Il Secolo XIX", "Lavoro e Carriere", "La Voce dei Laghi", "La Cronaca di Varese".

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