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Nepal terremoto, intervista ad Alberto Luzzi: “Jay Nepal è nata come un fiore tra le macerie”

Lo scorso 25 aprile il Nepal è stato colpito da un fortissimo terremoto che ha portato paura e distruzione tra una popolazione già poverissima. Da quel momento ad oggi sul posto c’è Jay Nepal, un’associazione senza scopo di lucro, nata dall’idea di un imprenditore italiano. Ad oggi in Nepal ci sono ragazzi da tutto il mondo che aiutano i villaggi colpiti dal terremoto a risollevarsi con le proprie mani, insegnando alla popolazione nuovi lavori per esportare i propri prodotti, tecniche di salvataggio per creare quella che noi definiremmo la “protezione civile” nonché ricostruendo interi villaggi distrutti. UrbanPost ha intervistato per voi il fondatore di Jay Nepal, Alberto Luzzi, per spiegare come è nato e come funziona questo interessante progetto.

Perché e come è riuscito a fondare l’associazione Jay Nepal?
Amo il Nepal per le montagne e le persone, che sono pure, gentili e dignitose nonostante la loro povertà. Il terremoto è stata una piaga ulteriore in un paese già molto povero, ha colpito oltre 1500 km di territorio, distrutto 870 mila case, seminato paura e devastazione. Nei giorni seguenti al terremoto ho cercato di soccorrere il Nepal come si soccorre un amico che cade ferito, sono riuscito ad organizzare gruppi di volontari per mettere in sicurezza le aree più colpite dal sisma; mentre facevamo il lavoro più difficile, quello di demolire le case pericolanti, abbiamo fondato Jay Nepal, che è nata come un fiore tra le macerie.

Cosa faceva nella vita prima di questa scelta?
Facevo l’imprenditore, titolare di un marchio di gioielli. Ho cercato sempre di fare impresa mantenendo un’etica del lavoro e dell’azienda. Il Nepal mi ha fatto capire che, più del profitto, oggi abbiamo bisogno di metter al centro delle nostre vite l’essere umano: sto lasciando la mia azienda e mi sto dedicando a questo.

Come reclutate i volontari? Può farlo chiunque?
La nostra associazione fa dell’azione il punto cardine della propria esistenza. Siamo nati in azione e crediamo di riuscire a capire meglio “come aiutare” proprio “mentre aiutiamo”, coinvolgendo le persone che sono nel bisogno, facendole diventare attori della nostra azione e non solo fruitori e beneficiari. Per questo trasformiamo spesso anche le vittime in volontari, siamo aperti a tutti: la nostra base volontaria è nepalese per il 90% ma abbiamo anche molte persone che ci raggiungono da ogni parte del mondo. Per fare del bene non si deve pagare nessuna iscrizione, bisogna avere disponibilità, flessibilità e tanto cuore.

A più di 7 mesi dal terremoto, qual è la situazione del Nepal oggi?
La situazione è molto grave, per via dell’inverno che coglie centinaia di migliaia di persone impreparate e organizzate in ripari di fortuna, essendo impossibile ricostruire quasi un milione di abitazioni. La situazione è ancor più grave anche per via del blocco delle frontiere sud del Nepal, al confine con l’India, fatto che sta aggravando ulteriormente una situazione già di per sé molto grave.

Quali sono i progetti del prossimo futuro di Jay Nepal?
Stiamo costruendo un corpo di soccorso e vorremmo fare di un villaggio tra i più poveri e devastati dal sisma, un villaggio modello, grazie al contributo di chi ci segue, dei volontari che intervengono attivamente e della popolazione locale, che crede in questo nostro nuovo metodo di interpretare il lavoro umanitario. C’è un detto che recita: “Dai un pesce ad un uomo e lo nutrirai per un giorno, insegnagli a pescare e lo nutrirai per sempre”. Solo fornendo alle persone fiducia in se stesse e strumenti di crescita possiamo fronteggiare il disastro umanitario a cui ci troviamo di fronte. Non c’è possibilità di risolvere veramente le emergenze, evitando operazioni di facciata, se non si individuano le forze che possono contribuire allo sviluppo.

Grazie

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