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Nevrosi ossessiva: Freud e l’uomo dei topi

Il 1 ottobre del 1907, esattamente 108 anni fa, Sigmund Freud prese in cura psicoanalitica un giovane avvocato soprannominato da lui stesso “l’uomo dei topi”. Questo nome deriva dal fatto che il paziente aveva sviluppato in breve tempo delle fantasie ossessive che coinvolgevano topi, i quali si erano caricati di significati simbolici riferiti alla sua infanzia con il padre e alla sua vita sentimentale. Il percorso terapeutico durò solo undici mesi, e il caso venne pubblicato nel 1909 con il titolo “Note su un caso di nevrosi ossessiva”. Questo disagio mentale, detto anche disturbo ossessivo-compulsivo, è un disordine psichiatrico che può manifestarsi in diversi modi, ma che ha sempre a che fare con azioni compiute in maniera compulsiva oppure con pensieri che ricorrono in maniera ossessiva.

Il paziente di Freud era infatti invaso da immagini mentali ripetitive che lo angosciavano tremendamente, e che compromisero tanto la sua vita privata quanto quella lavorativa, come tipicamente accade a chi è afflitto da DOC. Tali pensieri riguardavano in particolare suo padre e la sua amata, che egli immaginava continuamente sottoposti ad un supplizio orientale, che prevedeva l’introduzione di topi all’interno dell’ano di chi era ritenuto colpevole di qualche crimine. Il paziente aveva sentito di parlare di questa crudeltà durante il suo servizio militare in Galizia, quindi in tempi poco lontani dallo sviluppo dell’ossessione. La tortura dei topi, però, venne da lui connessa ad un episodio della propria infanzia, quando fu picchiato da suo padre per aver morso la governante, episodio che lo portò a sviluppare verso il genitore un odio profondo.

Secondo l’interpretazione del padre della psicoanalisi, nel disturbo di nevrosi ossessiva i due sentimenti dell’odio e del godimento giocano un ruolo fondamentale e ambivalente. Freud, infatti, ritenne che l’immagine del padre sottoposto all’atroce supplizio fosse, per l’uomo dei topi, un modo per punirlo delle percosse ricevute da bambino, provocando quindi una sorta di godimento morboso interiore. Allo stesso tempo, però, l’uomo provava un forte senso di colpa e di disgusto nei confronti di se stesso. Il padre, inoltre, gli aveva imposto di star lontano dalla sua amata perché di bassa classe, e gli organizzò un matrimonio con un’altra donna. L’odio sviluppato era anche conseguenza dell’amore verso la ragazza, e viceversa il rispetto che egli sentiva di dovere al genitore (anche questo un dovere sviluppato nell’infanzia) lo aveva portato a desiderare il male della donna. La chiave per la guarigione fu di eliminare il senso di colpa causato da questi pensieri, e questo fu possibile perché Freud sottolineò che essi avevano origine nell’infanzia, e che quindi come adulto il paziente non ne era in alcun modo responsabile.

Photo Credit: Tsekhmister/Shutterstock

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