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Non essere cattivo di Claudio Caligari recensione, Venezia 72

Non essere cattivo, film postumo di Claudio Caligari (scomparso il 26 maggio 2015, regista anche di Amore tossico e L’odore della notte), con Alessandro Borghi, Luca Marinelli, Silvia D’Amico, Roberta Mattei e Alessandro Bernardini, è stato prodotto da Valerio Mastandrea, che l’ha portato fuori concorso alla 72. Mostra del Cinema di Venezia.

Il film ci parla di legami, di umanità, di amore puro, di povertà e di terra, quella stessa fonte che dà origine e apre al cambiamento. Restare sul filo dell’accettazione della condizione del sé o provare a mescolare le carte, per ritrovarsi con una compagna, un figlio, una casa, un lavoro preso con le mani e stare bene con un “Facciamo tante cose insieme” (come dice Linda, Roberta Mattei, ndr)? Vittorio (Alessandro Borghi) e Cesare (Luca Marinelli), sono amici veri da sempre, per loro esiste un unico mondo, che pone anche il problema ad essere la stessa dimensione della soluzione. L’unicità senza direzioni e mutazioni di visione sembra essere per Cesare il modo costante per andare avanti, un futuro proiettato in una parete controluce. Sembra, perché non è. Esistono l’amicizia, l’amore e la famiglia, più forti di ogni mancanza di rispetto, un minuto indietro sul tempo di un destino che ha voglia di giocare velocemente. Cesare si abbandona ai sensi e alle sostanze, Vittorio resta accanto a lui, lo fa sempre, ma riesce per un attimo più ampio a pescare in riva al mare per percepire l’oasi di pace. Poi, forse, tutto riprende forma con il figlio di Linda che vuole trovarsi un lavoro, ma gli occhi vitrei di Vittorio salutano il nuovo Cesare e l’accoglienza sembra aver dato la nuova identità al sospiro.

L’orsacchiotto, che indossa la maglia “Non essere cattivo“, è il sinonimo della tenerezza che arriva di fronte alla paura della perdita, il lato buono di chi poi così moralmente buono non è stato o forse lo è stato, invece, più di tutti. Gli occhi di tutti gli attori parlano come le mani, toccano anche quando si è sazi di essere sfiorati, e ci vogliono, così come siamo venuti. Non essere cattivo commuove anche chi fatica a lasciarsi andare, e non lo fa per compassione, bensì per la realizzazione totale di una parte di specchio della condizione umana.

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