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Non è un Paese per Giovani recensione: da Veronesi ci si aspettava di meglio

Le premesse per un buon film ci sono tutte. Il tema da trattare è complesso, coraggioso, ancora non degnamente considerato, si potrebbe dire. Ogni anno, migliaia di ragazzi fuggono dall’Italia non riuscendo a vedere un futuro nel loro paese. Sono storie malinconiche, di chi mostra spesso la soddisfazione di avercela fatta, ma il sorriso triste di chi sarebbe volentieri rimasto. Giovanni Veronesi ha raccolto per diverso tempo le testimonianze di questi giovani nel programma radio Non è un paese per giovani. Da queste, ne ha poi voluto trarre l’omonimo film, ripercorrendo le storie di due fra questi giovani, che inseguono la fortuna a Cuba.

Se gli spunti per una storia avvincente e istruttiva non mancano, quel che non viene fuori dal film è un approfondimento reale di cosa vuol dire lasciare tutto per cercare fortuna in territori ignoti. Veronesi tratta l’argomento con la stessa sensibilità di un Manuale d’Amore o un Che ne sarà di noi, lasciando ogni riflessione ulteriore all’esperienza di chi guarda e non proponendone di sue. La storia che ci scorre davanti agli occhi assume tinte imprevedibili, che lasciano un po’ spiazzati, non riuscendo a capire che direzione stiano prendendo fatti e personaggi. In una storia che potrebbe essere già scritta – le esperienze di giovani all’estero sono moltissime e basterebbe una cronistoria semplice per farci entrare nel cuore del tema – Veronesi inserisce elementi fuorvianti. Come a sottolineare più la difficoltà che si incontra all’estero che l’impossibilità di vedersi soddisfatti in Italia.

La storia si insinua tra emozionanti inquadrature dell’ultima Cuba di Castro, forse l’elemento più interessante della narrazione. Tuttavia si perde strada facendo, aprendo parentesi che rimangono sospese e portano fuori strada, in un filo narrativo che difficilmente si riesce a seguire. L’umorismo veronesiano, piacevole e divertente in altri suoi film, resta sempre sotto la superficie, lì lì per emergere ma mai completamente alla luce del sole. Bisogna aspettare Nino Frassica per ridere più in cinque minuti che in tutto il film. Alla fine rimane una sensazione di incompiuto, come di una speranza disattesa. Abbiamo assistito ad una storia insolita, dai tratti grotteschi, che quasi fa scordare i presupposti da cui era partita.

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