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Oasi WWF Ripa Bianca a Jesi: tra natura e degrado

Presentata dall’Ufficio turistico di Jesi (Marche) come il polmone verde della città che sorge “nelle campagne jesine”, l’Oasi Naturalistica WWF Ripa Bianca dedicata a Sergio Romagnoli e inaugurata nel 1997, grazie a fondi comunali tramite tasse ai cittadini e tramite donazioni di privati, sorge nella zona industriale Zipa, proprio a fianco della superstrada. Esattamente di fronte all’entrata dell’oasi campeggia una cava per la lavorazione del calcestruzzo.

entrata oasi

E’ suddivisa in 4 sentieri: l’ambiente agricolo, la garzaia, l’ambiente fluviale e il sentiero escursionistico Baden Powell.  All’ interno di ogni area vi sono cartelli esplicativi che dovrebbero rappresentare la flora e la fauna di quell’ambiente protetto e nonostante i servizi sembrino apparentemente funzionanti non rappresentano le condizioni reali della riserva.

Il sito internet di Ripa Bianca non sembra più essere attuale. A questo va aggiunta l’esistenza della casa colonica che conterrebbe tra i vari servizi, anche un laboratorio veterinario per la cura degli animali prima della rimessa in libertà ma che nella realtà si riduce spesso a una mostra o a laboratori didattici per bambini dove vengono prodotte casette di legno per uccellini nella realtà assenti.

Percorrendo l’interno del sentiero agricolo descritto dal cartello all’entrata come un’ “area didattica dove sono state riprese le colture tipiche dell’ambiente marchigiano”si nota l’apparente suddivisione delle diverse aree di coltivazione tramite una corda sottilissima bianca anche se le colture non ci sono.

All’interno si assiste a uno spettacolo desolante: “il vigneto” non ha vigne ma solamente canne secche racchiuse in una recinzione;” lo stagno e il prato spontaneo” sono rappresentati da un prato dall’erba alta in cui sorge un canneto secco e in cui non vi è alcuna traccia del lago; “l‘uliveto e i seminativi tradizionali” consistono in un prato dall’erba altissima in cui spuntano 4 ulivi giovanissimi identificabili dal fusto sottilissimo e non vi è traccia alcuna dei seminativi tradizionali descritti dal cartello.

il vigneto

A questo si aggiungono: “il frutteto dai sapori dimenticati” contenente 5 alberi giovanissimi da frutto senza frutti con pochissimo fogliame e un fusto sottilissimo, “l’orto dei semplici” che consiste nella coltivazione di diverse spezie in mezzo alle quali sorgono erbacce come nell’area recintata e  “l’orto biologico dei nonni” dove si alternano alcune zone con rare colture ad altre in cui la terra è stata arata ma non vi è stato seminato niente a parte un paio di tulipani e forse una pianta di rosmarino.

Sarebbe legittimo chiedersi come mai se quest’oasi è tuttora aperta e frequentata da turisti e locali, gli alberi sono giovanissimi e perché  non vi è traccia delle colture rappresentate dai cartelli ma al loro posto si trova un prato dall’erba altissima e perché le aree suddivise sembrano lasciate a sé stesse?

Ma non è solo la flora il problema di questa oasi bensì la fauna. Proprio nei pressi di questo sentiero agricolo spunta “il pollaio didattico” con pochi polli e un gallo racchiusi in una recinzione stretta dove il mangime sembra essere lì da molto tempo.

A questo si aggiunge il “sentiero garzaia” che come descritto all’entrata dal cartello consiste in un lago artificiale dove la frase” una fitta vegetazione arborea ha colonizzato lo specchio d’acqua in cui si è insediata la più grande garzaia delle Marche” non sembra più essere attuale (la foto del lago è stata scattata da una delle postazioni preposte al birdwatching).

Lago artificiale

Questo sentiero, infatti, è provviso di postazioni per il birdwatching che si affacciano su un lago, circondato da molti alberi ma in cui mancano praticamente uccelli. Molte sono le specie rappresentate dai cartelli all’interno delle postazioni che in realtà non sono più presenti.

Esiste inoltre una zona di microcosmo dedicata agli insetti presenti all’interno della riserva descritti da pannelli esaustivi in cui è presente un area di “nidi per insetti utili” che dovrebbe servire alla protezione e riproduzione di specie come crisope, forbici, coccinelle. Le crisope e le forbici, grandi divoratrici di afidi e sono utilizzate, soprattutto le prime, all’interno dell’agricoltura biologica.

Questi diversi tipi di nido che vedete in fotografia sono appesi su un ramo, ma lo stato di conservazione dell’area circostante ridotta in sterpaglie alte rende questi nidi difficilmente avvicinabili dai turisti e impraticabile l’osservazione a occhio nudo di insetti trattandosi di nidi chiusi. Sarebbe inoltre strano pensare che proprio questi insetti scelgano un habitat come quello dei nidi e non l’habitat naturale delle fitte sterpaglie in cui si trovano attualmente.

microcosmo degli insetti

All’interno della stessa area dietro un pannello dal titolo “legno morto e lettiera”  si trovano alcuni pezzi di tronco buttati a terra alla meglio su una folta erba che di fatto rendono inosservabile a occhio nudo i coleotteri, millepiedi, limacee, che dovrebbero nutrirsi di legno morto. Il pannello esplicativo presenta anche la larva della cetonia che nutrendosi di legno favorirebbe il riciclo della materia organica non trova nessuna corrispondenza come il resto dei pannelli esplicativi.

All’interno di quest’area è presente anche una piscina in plastica nera che dovrebbe servire alla riproduzione di insetti acquatici ma l’acqua è verde e talmente putrida da rendere visibile a occhio nudo l’esistenza di qualsiasi forma di vita al di sotto.

L’area del microcosmo è molto vicina all’ambiente fluviale  e al sentiero Baden Powell, dove scorre il fiume Esino, peraltro visibilmente molto sporco, e il percorso per arrivare a vedere immerso nella parte di bosco suddiviso dalla corda che dovrebbe tracciarne il sentiero percorribile, non è sempre pulito.

Un ultimo accenno riguarda l’area del compostaggio dove su un prato dall’erba altissima è stata collocata una struttura in legno con un contenitore di plexiglass che dovrebbe contenere la base del compost per mostrarne il processo a occhio nudo, tuttavia lo stato visibilmente impolverato lascia pensare che nemmeno quest’area sia curata.

area del compostaggio

Resta da chiedersi se il Comune e il WWF sono a conoscenza dello stato del degrado di questa oasi e quale sarà il suo futuro, ma soprattutto quale sarà la sicurezza per i visitatori che decidono comunque di visitarla?

OASI RIPA BIANCA WWF JESI: LA REPLICA DEL DIRETTORE A URBANPOST

Written by Anna Cuccuru

Laurea specialistica in Relazioni Internazionali a Ca' Foscari di Venezia, master europeo di Mediazione Intermediterranea, ha 3 lauree italiane e due estere. E' stata residente all'estero per diversi anni, appassionata di politica e conflitti internazionali, specie se riguardanti il Medioriente. Ama il cinema, i viaggi soprattutto se ecosostenibili, gli scambi interculturali, il volontariato. Collabora con diversi blog e testate on line.

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